Le rassicurazioni sono sempre le stesse. E come sempre suonano un po’ false. Perché Matteo Renzi può anche garantire fedeltà all’«amico» Enrico Letta. Spiegare che «a Palazzo Chigi ci sta lui e a me interessa che le cose le faccia perché sono italiano». Spingersi fino al punto di garantire che, dovesse diventare segretario, darà «una mano al governo». Ma poi bastano poche battute per cancellare in un colpo solo tutti i buoni propositi. E anche quelle, proprio come le rassicurazioni, sono sempre le stesse. Nei giorni caotici della discussione sulla decadenza di Silvio Berlusconi, il sindaco di Firenze sceglie di sedersi nel salotto televisivo di Bruno Vespa e di sparare ad alzo zero. Anzitutto su chi si è da poco schierato al suo fianco nella battaglia congressuale. Vespa, infatti, gli mostra tre celebri «conversioni»: Massimo D’Alema (contro, pro e poi ancora contro Renzi), Dario Franceschini e Piero Fassino (renziani dell’ultima ora). «Io sono sempre lo stesso - sottolinea -. Al massimo sono ingrassato di un paio di chili. Quanto a D’Alema, voterà Cuperlo. Ma tutto questo gioco di ruolo agli italiani non interessa per niente. Se noi partiamo con D’Alema, Franceschini, Fassino, gli italiani, dopo aver visto Montalbano vanno a letto». Molto più interessante, per il sindaco, potersi occupare della «salute» del governo. «La crisi non la vuole fare nessuno. E Berlusconi non vuole farla per un migliaio di motivi» dice mostrando un’incrollabile certezza. Anche se subito dopo aggiunge: «La durata del governo è solo un problema dei politici, agli italiani interessa quello che fa un governo». Peccato che finora i risultati non siano stati proprio soddisfacenti. Almeno secondo lui. «Ma perché deve andare a casa Letta? Deve lavorare per il bene dell’Italia: deve avere il supporto di tutti e non deve avere paura - incalza -. Governi e si preoccupi di tagliare il cuneo fiscale. Una cosa è dire che serve la stabilità altra è l’immobilismo. Il governo su alcune cose sta facendo dei primi passi, ma su altre deve essere più coraggioso». E ancora: «Io capisco che Letta si preoccupi della seggiola, ma bisogna pensare a quel che serve al Paese. Questa cosa del governo che deve durare è un tic andreottiano. Letta deve scegliere se essere più Andreatta o Andreotti. Andreatta era uno che voleva cambiare. Andreotti, era l’uomo del tirare a campare. A me, a Firenze, consigliò di non cedere mai la seggiola, neanche per scherzo. La mia domanda non è come ci arriva Enrico al semestre europeo, ma come ci arrivano le nostre imprese. I mercati non si chiedono come sta Quagliariello o Zanonato, ma cosa si fa per il Paese». A questo punto si può rispolverare un vecchio cavallo di battaglia. «L’Imu sembra che non si pagherà - spiega -, ma se si chiamerà la service tax non è che le tasse in inglese non si pagano. Io avrei fatto pagare l’Imu sulla prima casa a chi se lo può permettere». Ma è quando il piano del governo incrocia quello del congresso Pd che Renzi dà il meglio di sé: «Il Pd nei primi mesi della vita di governo è rimasto alla ruota del Pdl. Ad esempio sull’Imu, quella è una battaglia che ha vinto il centrodestra. Il centrosinistra ha bisogno di ritrovare stimoli, questo mi ha fatto cambiare idea sulla candidatura». Da qui in poi il «nemico» non è più il premier, ma gli avversari e i sostenitori nella corsa alla leadership del partito. L’obiettivo chiaro è smarcarsi da tutto e da tutti. «Dobbiamo ragionare di cosa serve all’Italia - dice parlando del futuro del Pd -. Se le persone che andranno alle primarie del Pd pensano che le cose fino ad ora sono andate nel modo giusto fanno bene a non votarmi se vogliono un cambiamento radicale io ci sono». E guai a ricordargli che sul carro del vincitore sono già saliti in molti: «Suggerirei a tutti di non salire. Nella tradizione di Firenze di carro ce n’è uno che a Pasqua viene fatto esplodere...». Altro tema caldo la possibilità che qualcuno decida, vista la crisi dell’esecutivo, di proporre uno slittamento del congresso. «Io non credo che ci sarà la crisi di governo. Ma il congresso del Pd va fatto - insiste -. Perché se ti chiami Partito democratico sei un partito, ma anche democratico. E il nostro statuto dice che ogni 4 anni il congresso si fa. Io sindaco e segretario? Lo farei. Poi vediamo quando si fa il congresso. Perché se continua così si fa molto dopo le elezioni a Firenze». In tutto questo non poteva mancare un pensiero per il Cavaliere: «Per lui la partita è finita. Game over. Appartiene al passato, alla storia». Per il sindaco non sarebbe male se anche Letta decidesse di seguirlo.
«Letta non si preoccupi della seggiola»
Renzi invita il premier a non scambiare la stabilità con l’immobilismo E chiude l’epoca del Cavaliere: «La partita è finita. Appartiene al passato»
