Politica

La diplomazia vincente del Papa

di Angela Pellicciari - Obama, Nobel per la pace, faccia d'angelo e voce d'arpa, annuncia al mondo la necessità di giustizia e pace per la Siria. Bisogna intervenire. Riportare il rispetto della...

Obama, Nobel per la pace, faccia d'angelo e voce d'arpa, annuncia al mondo la necessità di giustizia e pace per la Siria. Bisogna intervenire. Riportare il rispetto della legge. Far cessare le stragi dei civili. E lo scempio dei corpi dei bambini passati per l'aria gasata voluta da Assad. Il Segretario di Stato Kerry esplicita il paragone: Assad come Hitler. Bisogna dirlo: all'amministrazione americana a volte manca il senso storico. Hollande, il presidente della Francia schierata a battaglia per ultimare le conquiste della rivoluzione francese (secondo le parole del ministro dell'istruzione Peillon), vuole fare la guerra. Ma da solo, nonostante lo spirito della grandeur che caratterizza la nazione che guida, Hollande non va da nessuna parte. Così come l'Inghilterra del premier conservatore Cameron. Resta a casa perché il Parlamento taglia le ali ad una rinnovata speranza di gloria militare. L'America però, lo si sa bene, va avanti da sola. Perché, nonostante tutto se lo può permettere. Succede un fatto imprevisto: dalla parte di un'azione diplomatica convinta ed efficace, invece che di un intervento militare, si schiera un uomo che non ha divisioni. Il papa. Francesco martella domenica dopo domenica, mercoledì dopo mercoledì. Le folle che lo ascoltano, i twitter che lancia, la Segreteria di Stato che convoca i rappresentanti dei 179 governi con cui la Santa Sede ha relazioni, i nunzi che parlano con primati, governi, uomini di potere e di influenza, l'arrivo in Vaticano dei sovrani di Giordania. La stampa bada all'inchino del papa alla regina Rania più che alla sostanza, ma il mondo cattolico si muove. Anche i vescovi americani lo fanno. I giornali non danno le prime pagine all'iniziativa del papa. Ma la forza di Francesco, la sua determinazione, la speranza accesa dalla preghiera per la pace la vigilia della festa della Regina della Pace, il 7 settembre in piazza San Pietro, tutto questo ha un potere. Il papa non si ferma. Scrive a Putin, ospite del G20, per arrivare a parlare con tutti i leader del mondo. La sua offensiva contro la guerra è decisa. Perché è in difesa della vita. Perché vuole salvare l'amore. La misericordia che è Dio. Perché vuole impedire che il Medio Oriente e il mondo intero precipitino verso un oceano di odio che devasti tutto e tutti. Perché ha dalla sua la speranza. La guerra serve per risolvere i problemi o per vendere armi, domanda Francesco ai fedeli? Il linguaggio del papa fa breccia e dà forza alle opinioni pubbliche contrarie alla guerra. Siamo in tanti a non volere che la storia delle armi di distruzione di massa con cui Bush ha combattuto Saddam si ripeta con accanimento malvagio. Siamo in tanti a ricordare gli sforzi di Giovanni Paolo II per evitare al mondo (e all'America e a Bush) un inutile spargimento di sangue. Perché, lo ripete Bergoglio, la guerra chiama guerra. La violenza chiama violenza. La stampa non riconosce al papa i meriti che gli spettano, ma Francesco dà voce a tantissimi di noi. Di diverse convinzioni politiche e religiose. Atei e credenti. Di fatto una situazione che fino a qualche giorno fa sembrava segnata, adesso offre spiragli di soluzione. Di fatto quando il papa ha annunciato la sua offensiva di digiuno le cose sembravano già decise e invece ora non lo sono più. Che Dio ascolti la preghiera? Qualcuno se lo chiede ancora in un'Italia cinica e cupa, che ha perso buonumore e allegria, voglia di vivere e speranza? Guarda caso, appena liberati, dopo 152 giorni di lunghissima prigionia in cui sono stati trattati come bestie, Quirico e Piccinin hanno raccontato che le armi chimiche che stavano per scatenare la rappresaglia americana appartenevano ai ribelli e non al regime: "È un dovere morale dirlo", ha affermato Piccinin; "Ne siamo certi perché abbiamo ascoltato una conversazione dei ribelli". Se appoggeremo una guerra contro Assad non avremo alibi.

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