Manca poco più di un’ora alla riunione della Giunta delle Elezioni del Senato e sulla scena politica piombano le parole di Giorgio Napolitano. «Se noi non teniamo fermi e consolidiamo i pilastri della nostra convivenza nazionale tutto è a rischio, tutto può essere a rischio». L’occasione è l’incontro al Quirinale con una delegazione del Comune di Barletta per il 70° anniversario della ribellione della città all’occupazione nazista. Ma il riferimento all’attualità politica è fin troppo evidente. Il presidente della Repubblica sceglie di intervenire nel momento più delicato per la vita del governo Letta. Nel pomeriggio i venti di crisi hanno soffiato più forti che mai. Le minacce del Pdl, contrapposte all’inamovibilità del Pd sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, sembrano condurre il Paese in fretta verso una situazione di instabilità della quale nessuno sa prevedere fino in fondo gli esiti. E allora il Capo dello Stato scende ancora una volta in campo per provare a difendere quel governo che ha fortissimamente voluto. Con una differenza importante, però. Se fino a questo momento i suoi appelli alla responsabilità erano sembrati a senso unico, rivolti solamente al Pdl e al Cavaliere, stavolta nel mirino delle sue parole finisce direttamente il Partito Democratico. E all’ennesimo monito del Presidente della Repubblica sembra seguire un’immediata distensione del clima politico, con Berlusconi che annulla la convocazione dei gruppi parlamentari inizialmente prevista per oggi e i senatori del Pd che, all’ingresso in Giunta delle Elezioni, sembrano assai meno convinti della linea della fermezza. Per il momento la crisi sembra scongiurata. Per il momento. Per ottenere questo risultato, il Capo dello Stato ha messo in gioco tutto il suo potere di persuasione. Quel riferimento al «tutto è a rischio» è un chiarissimo avviso a chi crede di poter prevedere gli esiti della crisi, magari immaginando un Letta-bis con una maggioranza risicata che comprenda qualche esule dal MoVimento 5 Stelle e dal Pdl. Ma Re Giorgio invita ancora una volta tutti a non confidare nelle sue mosse. Il Presidente non vuol garantire niente a nessuno. Piuttosto, sarebbe pronto a dimettersi per mettere i partiti di fronte alle loro responsabilità. L’uscita di ieri, semmai, testimonia come al Quirinale in queste ore il lavoro di diplomazia sia frenetico. E come la posizione di Re Giorgio non sia del tutto avversa al Pdl. A dispetto di chi solo lunedì ipotizzava un Napolitano pronto ad andare in tv a reti unificate, in caso di crisi di governo, per addossare a Berlusconi tutte le colpe della situazione. In realtà sul Colle sperano ancora che ci sia un ravvedimento del Cavaliere, che passi magari dalle dimissioni da senatore senza che si arrivi al voto in Giunta e che culmini in un gesto di clemenza del Quirinale. Ma, in assenza di un gesto da parte di Berlusconi, Napolitano non vuole comunque lasciar nulla di intentato per preservare il governo Letta, l’unico che ritiene possibile in questo momento per il Paese. Fino a che punto sia disposto ad arrivare il presidente della Repubblica non è al momento chiaro. Il «gesto di clemenza» che sarebbe disponibile a concedere a Berlusconi, lo ha ricordato ieri il suo storico amico Emanuele Macaluso, non potrebbe riguardare le pene accessorie della sua condanna, ma solo quella principale. L’agibilità politica del Cavaliere, quindi, non è un’opzione sul tavolo. Ma le trattative con le «colombe», Gianni Letta in testa, andranno avanti senza sosta, almeno per le prossime 48 ore. Un altro punto fermo, ha confermato sempre Macaluso a Repubblica, è che il Capo dello Stato non ha alcuna intenzione di sciogliere le Camere senza che sia stata approvata una nuova legge elettorale. «Se Letta dovesse davvero cadere sia chiaro che il decreto di scioglimento delle Camere non lo firmano certo i falchi del Pdl. Il presidente della Repubblica seguirà sempre gli interessi generali del paese, e non scioglierà mai senza una riforma del Porcellum».
Il Colle: «Unità o tutto è a rischio»
Napolitano richiama Pd e Pdl alla «convivenza» per scongiurare la crisi di governo Si cerca la mediazione. Ma Macaluso: «Nessuna grazia globale per Berlusconi»