Alla caccia in corso a Silvio Berlusconi nella competente giunta del Senato per farlo decadere il più rapidamente possibile da parlamentare se ne deve aggiungere un'altra non meno clamorosa. È quella al capo dello Stato Giorgio Napolitano, condotta dagli stessi bracconieri con il proposito però non di farlo fuori come il Cavaliere, ma di impedirgli di prestare soccorso in tempo all'ex premier nel pur legittimo esercizio della insindacabile prerogativa presidenziale di "concedere grazia e commutare le pene". Così dice il penultimo comma dell'articolo 87 della Costituzione. La caccia a Napolitano si svolge in modo un po' subdolo e un po' sfacciato. Subdolamente, con l'aria di volerne interpretare parole e intenzioni, o di poterne anticipare orientamenti, magari grazie a vecchie e consolidate frequentazioni personali e politiche. Sfacciatamente, con insulti e attacchi intimidatori, per quanto il presidente della Repubblica si sia già dimostrato coriaceo a simili offensive. Basterà ricordare il suo ricorso alla Corte Costituzionale contro la pretesa di chi l'anno scorso voleva tenerlo sotto ricatto per le telefonate intercettate con Nicola Mancino nelle indagini di Antonio Ingroia sulle presunte trattative del 1992 fra lo Stato e la mafia stragista. Alla caccia del primo tipo, quello subdolo, ha finito ieri per partecipare con una intervista a La Repubblica - sicuramente in buona fede, conoscendone personalmente la dirittura morale - l'ex dirigente comunista Emanuele Macaluso. Che, volendo forse proteggere Napolitano dai sospetti e dalle accuse della sinistra più smaniosa di liberarsi di Berlusconi, ha escluso che il presidente della Repubblica possa o voglia risparmiare al Cavaliere con un eventuale atto di clemenza la pena "accessoria" dell'interdizione per frode fiscale. Che sarebbe preclusiva della sua permanenza al Senato più ancora della cosiddetta legge Severino, con la quale si sta cercando ora di sbattere l'ex premier fuori dal Parlamento perché condannato a più di due anni di detenzione. Macaluso si è richiamato alla nota diffusa dallo stesso Napolitano il 13 agosto, in cui si limitava a parlare di un ipotetico intervento solo sulla pena "principale" di quattro anni di detenzione confermata a Berlusconi dalla Cassazione. Ma il capo dello Stato non poteva allora né può oggi pensare ad un intervento comprensivo della pena accessoria dell'interdizione, sempre che gli venga richiesto, semplicemente perché tale pena non esiste ancora. Essa fu fissata in cinque anni dai giudici milanesi di primo e secondo grado, ma annullata per eccesso di calcolo dalla Cassazione. Che ne ha chiesto una nuova formulazione ad altri giudici d'appello di Milano, da poco convocati per il 19 ottobre, in una udienza che non sarà probabilmente conclusiva per un nuovo verdetto. Cui potrebbe peraltro seguire un ricorso ancora alla Cassazione, con conseguente allungamento del procedimento giudiziario. Se dopo il 15 ottobre, quando Berlusconi potrà cominciare ad espiare agli arresti domiciliari o ai servizi sociali l'anno residuo della pena detentiva, ridotta per effetto di un condono del 2006; se, dicevo, dopo il 15 ottobre dovessero intervenire una richiesta e una concessione di clemenza presidenziale, magari con la commutazione della pena detentiva in pena pecuniaria, sarebbe tutta da verificarne la ricaduta sul percorso non ancora compiuto della pena accessoria dell'interdizione. Accessoria a quale pena principale necessariamente detentiva se quest'ultima risulterà già commutata? E in mancanza di una pena detentiva, come si potrà portare avanti ancora in Senato, se non si sarà nel frattempo conclusa con le tappe forzate reclamate dalla sinistra, la procedura della decadenza di Berlusconi per effetto della legge Severino? Quella cioè che contempla decadenza e incandidabilità per sei anni a carico di chi è condannato a più di due anni di carcere. Proprio perché consapevoli dei molteplici effetti che potrebbe produrre un atto di clemenza del presidente della Repubblica, su Il Fatto Quotidiano di ieri si titolava sul "Caimano appeso al Colle" e si creava la sarcastica figura di "Badoglitano". Si attribuiva cioè a Napolitano la propensione ad un "armistizio" con Berlusconi paragonabile a quello di 70 anni fa chiesto agli anglo-americani e ottenuto dal governo Badoglio succeduto a Mussolini. Sembra incredibile, ma per antiberlusconismo la sinistra giustizialista, poveraccia, arriva a riconoscersi persino in certa denigrazione fascista di Badoglio.
Bracconieri a caccia sul Colle
di Francesco Damato - Alla caccia in corso a Silvio Berlusconi nella competente giunta del Senato per farlo decadere il più rapidamente possibile da parlamentare se ne deve aggiungere un'altra non...