Il presidente del Senato Pietro Grasso continuerà naturalmente a fare spallucce e a sorridere, come ha fatto con sconcertante immediatezza nei giorni scorsi, quando si è richiamato al regolamento per cestinare un problema sollevato dal suo predecessore Renato Schifani. E che si è riproposto ieri, mentre alcuni membri della giunta delle elezioni e delle immunità si avviavano alla riunione fissata per la pratica della decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato tornando sfacciatamente ad anticipare il loro giudizio, prima ancora di ascoltare il relatore e le sue pregiudiziali. Liquidate di fatto, per esempio, da esponenti del Pd con la rivendicazione della piena legittimità delle norme che si vorrebbero applicare contro l’ex premier condannato per frode fiscale. Ma su cui invece il relatore, confortato da pareri di molti giuristi di varie tendenze, ritiene debbano prima pronunciarsi la Corte Costituzionale o altri organismi europei di garanzia. Uno dei quali -la Corte di Strasburgo- è già stata investito dallo stesso Berlusconi con un ricorso che, essendo naturalmente contro l’Italia, è incorso nel dileggio dei soliti avversari. Certo, è curioso che abbia dovuto ricorrere contro il proprio Paese un uomo che l’ha governato per più di nove degli ultimi diciannove anni. Un Paese che egli dichiarò di "amare" scendendo in politica. Ma è una bizzarria frutto di molte altre, a cominciare da quella di una magistratura che, pur non essendo elettiva, può emettere le sue sentenze "in nome del popolo": lo stesso al quale si sente giustamente legittimato a richiamarsi un condannato che ne ha ripetutamente ottenuto un larghissimo consenso, pur in pendenza di procedimenti giudiziari considerati evidentemente poco o per nulla convincenti. È una bizzarria anche il fatto che parlamentari investiti di funzioni e ruoli giurisdizionali quando "giudicano", appunto, dei "titoli di ammissione" e delle "cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità" dei loro colleghi, come dice l’articolo 66 della Costituzione, lo possano fare per partito preso, in tutti i sensi. Cioè, per risponderne al proprio partito, prima ancora o a dispetto della propria coscienza. E con l’assenso convinto di un presidente del Senato proveniente dalla magistratura.
Senza coscienza per partito preso
di Francesco DamatoIl presidente del Senato Pietro Grasso continuerà naturalmente a fare spallucce e a sorridere, come ha fatto con sconcertante immediatezza nei giorni scorsi, quando si è...