Fino alla fine della seconda guerra mondiale parlare di Europa era un'utopia. Poi, l'unità del vecchio continente è divenuta realtà, un cammino impervio e necessario per conservare e garantire pace e libertà all'Occidente. Questa consapevolezza profonda ha ispirato via via l'avvicinamento dei Governi nazionali, partorendo poi, dopo la caduta del comunismo, l'Unione Europea. In seguito tutto è cambiato, nonostante i discorsi politici siano restati, purtroppo, sempre gli stessi. Enrico Letta alcuni mesi fa, in occasione del dibattito di presentazione del Governo alle Camere, non è sfuggito a questa logica. E nella stessa palude si è arenato venerdì scorso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti di Cernobbio. Il capo dello Stato ha ricordato opportunamente che "occorre che i leader politici ritrovino il coraggio della scelta europeista, procedendo senza tentennamenti verso una reale unione politica", ma quale sia l'obiettivo che renderà possibile concretamente l'auspicato "avanzamento" davvero non si è capito. La valorizzazione della raggiunta unione monetaria, l'accrescimento delle vie dell'integrazione, oppure qualcosa di diverso, qualcosa di sentito da tutti, uno scatto di volontà, un avanzamento deciso verso mete politiche che a oggi sono rimaste fatalmente sullo sfondo? Il punto veramente debole, ci sia concesso di rilevare, nelle indicazioni che sono state date da Letta e ribadite dal Quirinale, sta proprio nell'evitare il problema vero. Se visto in prospettiva, infatti, lo scenario europeo presenta sfide diverse rispetto a quelle che nei decenni passati sono state raggiunte. La stessa parola "integrazione" va ridefinita in rapporto al maggiore protagonismo che i popoli vogliono avere all'interno delle istituzioni comunitarie. Paradossalmente, mentre in precedenza si doveva lavorare a un superamento delle sovranità nazionali per costruire la casa comune, adesso invece è urgente andare esattamente in senso contrario: sono i singoli Paesi, e non soltanto i loro Governi, che devono sentirsi compartecipi e interpreti del tanto auspicato "salto di qualità". L'Europa ha bisogno, in altre parole, di maggiore democrazia, di maggiore presenza delle domande differenti e reali dei cittadini, inglobando al suo interno perfino le motivazioni anti europeiste delle nazioni orientali che finora sono state calpestate ed emarginate dall'asse franco-tedesco. Si tratta, insomma, di depotenziare la ben nota tecnocrazia burocratica e di recuperare le diverse sovranità popolari all'interno di un quadro più esteso d'interessi e di prerogative concrete. Un'assenza particolarmente grave, specialmente in questa grave crisi siriana, è la politica di difesa comune, da sempre derubricata a vantaggio delle conflittuali scelte interne degli Stati membri. Per contro, ovunque è reclamata un'efficace politica complessiva di protezione dei cittadini, muovendo dalla convergente identità popolare e territoriale che attraversa l'intero continente. D'altronde, difesa comune significa bene comune, vuol dire guardare attentamente al peso specifico che insieme gli abitanti dell'Europa possono avere sul Mediterraneo e verso l'Atlantico. Pensare a un balzo in avanti che non potenzi l'identità religiosa, culturale e politica di tutti, nonché gli interessi economici di ciascuno, è un'assurdità incomprensibile. L'alleanza con gli Stati Uniti ci ha portato a muoverci sempre seguendo l'espansione del modello politico americano. Ora è il momento però che l'Europa riscopra se stessa, il proprio modo specifico d'interpretare la democrazia e la libertà, sapendosi proteggere e diffondere nel mondo. Questa enorme potenzialità espansiva dei nostri Paesi e delle nostre visioni delle cose deve premere a superare il modello scarsamente rappresentativo, fin qui perseguito, per sostituirlo con un modello più politico, articolato attorno a una maggiore democrazia interna e a una maggiore forza militare esterna. Solo un governo unico, con un mandato popolare diretto, sarà in grado di vincere le limitazioni che impediscono di avere nel presente un'unica politica di difesa della nostra libertà e della nostra economia. Di fatto, senza una forte democrazia popolare, la grande e vecchia Europa non sopravvivrà.
Per una difesa continentale
di Benedetto Ippolito - Fino alla fine della seconda guerra mondiale parlare di Europa era un'utopia. Poi, l'unità del vecchio continente è divenuta realtà, un cammino impervio e necessario per...