«Quando partecipiamo alle feste del partito le persone ci fermano per strada e ci domandano: non avrete intenzione di salvare Silvio Berlusconi?». Inutile lanciarsi in raffinate analisi politiche, dotte disquizioni giurisprudenziali, dietro la testarda posizione del Pd che rifiuta qualsiasi richiesta del Pdl e chiede un voto rapido sulla decadenza del Cavaliere c’è solo l’istinto di sopravvivenza. E una buona dose di antiberlusconismo militante che, nel 2013, è ancora il miglior collante per tenere insieme un partito che, altrimenti, sarebbe già ad un passo dall’autodistruzione. Messo in ginocchio dalla battaglia congressuale tra renziani e bersaniani. Tutto questo, però, varcata la porta della Giunta delle elezioni di Palazzo Madama scompare magicamente. Con i Democratici compatti come un sol uomo all’attacco del Cav. Una cosa che anche il premier Enrico Letta dà ormai per acquisita. Pure lui, dopotutto, sa che non può chiedere al suo partito di andare contro il proprio elettorato. Così, mentre si mostra ottimista per il futuro, lancia messaggi al Pdl. «Siamo sicuri che prevarrà il buon senso - dice al termine di un incontro a Bruxelles con il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy -. Tutti capiranno che c’è bisogno di stabilità». Nel caso poi che non lo dovessero capire, il «piano B» è già pronto: un governo di scopo (magari guidato dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni) che porti il Paese alle elezioni dopo aver modificato la legge elettorale. Ipotesi che ieri ha ricevuto la «benedizione» del leader di Sel Nichi Vendola. Di questo, però, si discuterà al momento opportuno. Ora è indispensabile non mostrare tentennamenti. Né spaccature come quelle che si aprono appena comincia a circolare la voce che il congresso per l’elezione del nuovo segretario possa slittare al 2014. Un’idea cavalcata soprattutto dagli uomini più vicini a Pier Luigi Bersani che, col passare del giorno, vedono avvicinarsi il momento in cui verranno spazzati via dal fronte renziano. Che non a caso insorge. Meglio quindi concentrarsi sul Cavaliere. E provare ad addossargli la colpa di una fine prematura dell’esecutivo che sta lavorando, bene, per far ripartire il Paese. «È chiaro che se dovessero dare corso a queste minacce - spiega Guglielmo Epifani replicando a Renato Schifani - avremo la prova provata che si usa questo caso come un atto di grave irresponsabilità verso la condizione economica e sociale del Paese. Se qualcuno lo farà se ne assumerà tutta la responsabilità. Lasciamo lavorare la Giunta, vedremo quello che succede, stanno discutendo e quando si voterà sulle pregiudiziali, vedremo le reazioni degli altri». «Mi pare che il Pd su questo abbia le idee assolutamente chiare e sia assolutamente unito - gli fa eco il ministro Dario Franceschini -: lo Stato di diritto viene prima di qualsiasi cosa. Interrompere il cammino del governo ora, alla vigilia della legge di stabilità e in un momento in cui ci sono piccoli ma importanti segnali di ripresa sarebbe come se gli italiani, che alla fine del tunnel cominciano a vedere la luce, fossero spinti indietro nel buio. Non si barattano le regole di uno stato di diritto e il rispetto della legge con la durata di un governo». Anche i capigruppo di Camera e Senato respingono nettamente gli ultimatum del Pdl. «Il senatore Schifani commette un errore molto grave continuando a collegare i lavori della giunta del Senato alla sorte del governo di Enrico Letta» attacca Luigi Zanda. «Con gli ultimatum non si governa una grande democrazia occidentale e che la legge è uguale per tutti. Sbaglia chi pensa che si possa scambiare la stabilità del governo con l’impunità di Berlusconi» rincara Roberto Speranza. E persino Massimo D’Alema scende in campo per sottolineare che «la Giunta sta procedendo nella sua autonomia, nelle sue responsabilità, sulla base di quello che dice la legge. Tutti noi speriamo che il Pdl non voglia mettere in pratica una sorta di ritorsione contro il governo, e quindi contro gli interessi del Paese, rispetto ad una una vicenda i cui esiti erano facilmente prevedibili perché non si capisce come si sarebbe potuto non applicare la legge a Berlusconi così come la si applica a qualsiasi cittadino e a qualsiasi parlamentare». Se queste sono le premesse la posizione dei senatori impegnati a discutere della decadenza del Cavaliere non può essere molto diversa. «Il ricorso alla Corte europea non è ricevibile - assicura l’ex magistrato Felice Casson -. Bisogna quantomeno aspettare che ci sia una decisione della Giunta per presentare ricorso». E Stefania Pezzopane insiste: «Bisogna fare in fretta perché la legge parla di immediata decadenza. Non possiamo stare appesi alle minacce di Silvio Berlusconi». Il Cav può rassegnarsi, dal Pd non arriveranno mani tese.
Il Pd compatto contro Silvio Ma Letta resta ottimista
DemocraticiLa battaglia congressuale passa in secondo piano e il partito ritrova il proprio collante: l’antiberlusconismo
