Bisogna chiarirsi bene le idee su chi attenta alla «stabilità» raccomandata ieri ai partiti della sua maggioranza di governo da Enrico Letta al termine del G20 di San Pietroburgo. Dove il presidente del Consiglio ha giustamente avvertito il rischio che venga compromessa con una crisi la fiducia appena espressa in quella sede internazionale sull’Italia. Che potrebbe quindi tornare «dietro la lavagna», dove era finita prima dell’esperienza delle larghe intese cominciata con Mario Monti e proseguita con l’ex vice segretario del Pd. È sfacciatamente ipocrita sostenere che a minacciare la stabilità siano soltanto o soprattutto falchi, falchetti, pitoni e pitonesse, o caporali dell’immaginifico «Esercito di Silvio», tornati proprio ieri a scagliarsi contro il capo dello Stato. Di cui invece il segretario del Pdl e vice premier Alfano più responsabilmente definiva «ben riposta» la fiducia manifestata il giorno prima sul sostegno di Berlusconi al governo, pur nei marosi delle procedure avviate al Senato per farlo decadere da parlamentare a causa della condanna in Cassazione per frode fiscale. Attenta alla stabilità, per l’avvelenamento che procura nei rapporti fra i due maggiori partiti del governo, anche chi nel Pd cavalca quelle procedure negando di fatto a Berlusconi «il diritto alla difesa» raccomandato dall’ex presidente post-comunista della Camera Violante fra proteste e derisioni non certo casuali di tantissimi compagni. Il capogruppo del Pd al Senato, Zanda, ha inutilmente cercato proprio ieri di dissimulare come «augurio» quello che in realtà è l’obbiettivo propostosi e indicato di far decadere il Cavaliere. Un obbiettivo che per l’ostinazione e il clamore con cui viene ogni giorno ribadito, liquidando come dilatori gli argomenti e le proposte della difesa di Berlusconi, contraddice l’assicurazione dello stesso Zanda che ciascuno dei senatori del Pd «giudicherà secondo la propria opinione e coscienza». Salvo liquidare come «franchi traditori» -espressione usata nello stesso gruppo di Zanda- chi dovesse votare diversamente dalla linea del partito. È poco compatibile con la stabilità anche la piega presa dal congresso del Pd, con Renzi candidato -come ieri tornava a lamentare D’Alema- non solo alla segreteria del partito ma anche a Palazzo Chigi.
Chi attenta alla stabilità
di Francesco DamatoBisogna chiarirsi bene le idee su chi attenta alla «stabilità» raccomandata ieri ai partiti della sua maggioranza di governo da Enrico Letta al termine del G20 di San Pietroburgo....