Politica

Ripresa targata new economy

di Marlowe - Torna a ruggire la new economy? Tra i money maker mondiali è questa la domanda del momento - ormai più degli assilli sul futuro dell'euro - dopo i tre colpi battuti ad inizio settembre....

Torna a ruggire la new economy? Tra i money maker mondiali è questa la domanda del momento - ormai più degli assilli sul futuro dell'euro - dopo i tre colpi battuti ad inizio settembre. E cioè l'accordo da 130 miliardi di dollari nella telefonia mobile tra Vodafone e Verizon, con gli inglesi (Vodafone) che sciolgono l'alleanza con gli americani (Verizon), Italia compresa, guadagnando una montagna di dollari - il terzo incasso della storia - e consolidandosi come un colosso in potenziale caccia di altre prede. Poi l'acquisto da parte di Microsoft della divisione cellulari della Nokia, la storica azienda finlandese, dove le cifre sono infinitamente minori (5,5 miliardi di dollari), ma è evidente la svolta strategica del colosso fondato da Bill Gates di lanciarsi in proprio nel business degli smartphone. Terzo, il riaccendersi della guerra infinita tra Apple e Samsung, stavolta sulla futura ma vicina frontiera degli smartwatch, i supercellulari da polso. Tre indizi bastano come prova? Di certo la new economy 2.0 si è risvegliata da un lungo letargo, nel quale i big si erano combattuti in trincea, con i movimenti limitati dalla recessione mondiale, dalla crisi del denaro e da quella dei consumi. Espansione, propensione all'acquisto di miliardi di persone, e denaro che circola in lungo e in largo sono infatti i tre compagni di viaggio dell'hi-tech: se tutto, o molto, si rimette in moto, significa che dopo gli anni bui dal 2007 ad oggi, c'è chi scommette sul futuro. E cioè sul ritorno dei consumi, sulla disponibilità ad investire in pubblicità, e soprattutto sul denaro. Infatti una delle caratteristica della new economy è di non essersi immischiata con la finanza: non ha comprato banche, neppure chi poteva farlo come Microsft o Apple, ha generato liquidità in proprio, ha aspettato che fossero le banche ad andare a bussare alla porta. Ma neppure le previsioni generali sugli acquisti, e sulla pubblicità, vanno sottovalutate. L'alta tecnologia richiede scommesse e investimenti a lunga gittata, che devono essere compensati da consumi adeguati, da un clima di fiducia durevole, e accompagnati da cospicui battage. Furono proprio questi ultimi, a cavallo degli anni Duemila, a gonfiare di pagine quotidiani e magazine di tutto il mondo, prima della Grande Crisi. È ovvio che un riesplodere della bagarre non avrebbe mai le stesse caratteristiche di allora: i maggiori studiosi dell'economia digitale come Nicholas Negroponte, Alvin Toffler, Jeremy Rifkin, Paul Krugman vi individuano grosso modo due periodi, quello dei pionieri dei garage e delle università della Silicon Valley, gente come Steve Jobs, come Gates, come Larry Page e Sergey Brin, come Larry Ellison, che fondarono Apple, Microsoft, Google, Oracle, insomma i giganti di allora e di oggi. E poi la sfilza di "dot.com", di aziende che di digitale avevano magari solo il nome, che fecero affari d’oro vendendosi al miglior offerente, oppure quotandosi - Italia compresa - a prezzi stabilianti, fino a quel 10 marzo 2000 quando il Nasdaq raggiunge il suo massimo. Tra fallimenti per i piccoli azionisti e rinascite - tipo Amazon le cui azioni passarono da 170 a 7 dollari per riportarsi oggi a 295 - questi 15 anni sono serviti a ripulire la scena. Oggi rimangono realmente i big player: come ha dichiarato ieri il presidente di Telecom, Franco Bernabè, "in Europa ci sono ancora oggi 100 operatori di telefonia mobile e 200 di telefonia fissa, mentre negli Usa se ne contano poche decine. Un processo di concentrazione non solo è imminente, ma necessario". Peccato che la Telecom stessa non appaia per investimenti e capitalizzazione tra quelli destinati ad essere predatrice e non preda. Krugman, il premio Nobel castigamatti di Angela Merkel e delle sue politiche restrittive, che fu tra i primi a studiare l'impatto della new economy sul Pil mondiale, ma anche sui costumi della popolazione, ha osservato che essa è il secondo settore di crescita dopo quello farmaceutico, ma il primo quanto a sviluppo della concorrenza per i consumatori e superamento delle barriere doganali. E Krugman non è mai stato un tifoso ad occhi chiuso dell'economia digitale, non considerandola sostitutiva delle infrastrutture materiali e dei beni durevoli. Ora forse è il momento di una nuova rinascita.

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