Politica

«Cav unico responsabile del sistema di illeciti»

La Cassazione: «Interveniva anche senza poteri formali» Gli avvocati: «Ricostruzioni sconnesse dalla realtà»

Tempi record. Antonio Esposito, presidente della sezione della Cassazione che ha condannato definitivamente Silvio Berlusconi per il processo sui diritti tv, aveva evidentemente una gran fretta di far conoscere a tutti perché, secondo la Corte, il Cavaliere era colpevole. Ieri, infatti, dopo neppure 30 giorni sono state depositate le motivazioni della sentenza. Una fertta che in molti leggono come un aiuto a coloro che non vogliono far slittare la riunione della Giunta per le immunità del 9 settembre: la mancanza delle motivazioni avrebbe potuto infatti spingere il Pdl a chiedere un rinvio proprio per aspettare quel testo. Così, invece, si toglie un’altra arma alla difesa di Berlusconi. Inoltre, per far vedere che tutti i magistrati delal Cassazione erano d’accordo, le motivazioni sono firmate non solo dal relatore, Amedeo Franco, ma anche, caso insolito, anche da tutti gli altri magistrati: oltre al presidente, Claudio D’Isa, Ercole Aprile e Giuseppe De Marzo. Il teorema che sostiene tutto il castello di accuse è sempre lo stesso: il Cavaliere non poteva non sapere. Anche quando non era più a capo di Mediaset sarebbe stato sempre lui a ordire macchinazioni e trame per aumentare il giro di affari dell’azienda in maniera illecita. E il responsabile di tutto sarebbe soltanto lui e nessun altro, visto che anche Fedele Confalonieri, il presidente di Mediaset, è stato scagionato. Ipotesi che, per i difensori, fa acqua da tutte le parti. «La qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza e dominus indiscusso del gruppo – si legge nelle 208 pagine della sentenza – gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento, anche in mancanza di poteri gestori formali. La permanenza di tutti i suoi fidati collaboratori ma anche correi, ne costituisce la più evidente dimostrazione». Berlusconi, proseguono i magistrati, «conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizione strategiche i soggetti da lui scelti e che continuavano a occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale». E per i giudici della Cassazione il fatto che il leader del Pdl non fosse più a capo dell’azienda è un particolare derubricato come ininfluente: «La mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizione di garanzia nella società non è dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità». Per la Cassazione ci si trova davanti a «un gioco di specchi sistematico» che «rifletteva una serie di passaggi privi di giustificazione commerciale» nell'acquisizione dei diritti tv da parte di Mediaset. E «ad ogni passaggio la lievitazione dei costi era (a dir poco) imponente». Dunque, per Antonio Esposito Silvio Berlusconi fu «ideatore del meccanismo del giro dei diritti che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo». Accuse, ragionamenti che gli avvocati difensori considerano basati sul nulla. E che, anzi, stravolgono la realtà dei fatti dando alla sentenza una connotazione tutta politica. «Mai il Presidente Berlusconi ha avuto incarichi in Mediaset – si legge nella nota dei legali – Mai il Presidente Berlusconi si è occupato degli acquisti dei diritti televisivi. Mai il Presidente Berlusconi si è occupato degli organigrammi societari che fra l'altro sono continuamente cambiati nel corso degli anni. Mai il Presidente Berlusconi ha avuto alcun ruolo nelle denunce dei redditi o nelle scelte operative in particolare quelle finanziarie». «Si ricordi fra l'altro – proseguono – che la contestata evasione fiscale è pari a poco più dell'1% delle imposte pagate che negli anni oggetto di contestazione hanno superato i 560 milioni di euro. Tutti i testimoni, nessuno escluso, hanno confermato tali situazioni, soprattutto dopo la discesa in politica del presidente Berlusconi nel 1994». Poi la contestazione alle accuse di aver creato fondi nascosti fuori dall’Italia. «Nessun fondo estero è mai stato rinvenuto, né poteva esserlo perché mai vi è stato. Tutti i denari derivanti dalle plusvalenze sui diritti televisivi rimanevano in capo ad Agrama e agli altri operatori del settore e ciò risulta dagli atti». «È quindi una decisione del tutto fuorviante e totalmente sconnessa dalla realtà dei fatti – è la conclusione – Trattandosi poi di una decisione della Corte di Cassazione, la sentenza è ancora più deludente sul piano strettamente giuridico nella misura in cui non ha dato ragionevoli risposte agli argomenti proposti dalla difesa a dimostrazione della impossibilità di configurazione in punto di diritto del reato contestato al Presidente Berlusconi».

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