Politica

L’autogol di Scalfari

di Francesco Damato - Clamorosa autorete, compiuta dal fondatore in persona, nel giornale - la Repubblica - che guida l’offensiva per la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore dopo la condanna...

Clamorosa autorete, compiuta dal fondatore in persona, nel giornale - la Repubblica - che guida l’offensiva per la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore dopo la condanna in Cassazione per frode fiscale. Eugenio Scalfari è rovinosamente inciampato in un’aspra polemica con l’ex presidente della Corte Costituzionale Piero Alberto Capotosti, dando inconsapevolmente del ricattatore, come vedremo, anche al segretario del Pd Guglielmo Epifani, impegnato pure lui nella campagna contro il leader del centrodestra. È accaduto, in particolare, che Scalfari abbia catalogato fra le "pressioni chiaramente ricattatorie" sulla giunta delle immunità di Palazzo Madama, e più in generale sul Senato, le prese di posizione di Capotosti, altri giuristi e politici a favore di un ricorso parlamentare alla Corte Costituzionale per verificare la legittimità di un recente decreto legislativo in applicazione del quale si vorrebbe appunto la decadenza di Berlusconi perché condannato ad una pena detentiva superiore ai due anni. Una pena che nel caso del Cavaliere, ma per reati compiuti ben prima, è in effetti di quattro anni, ridotti in concreto da un condono del 2006 ad uno, anzi a nove mesi, al netto di uno sconto ulteriore dovutogli per la prevedibile buona condotta quando egli sarà destinato agli arresti domiciliari o ai servizi sociali. Secondo Scalfari, se è vero, come sostengono Capotosti e altri giuristi, fra i quali anche l’ex presidente della Camera Luciano Violante, che il diritto al ricorso alla Corte Costituzionale deriva al Senato dalla natura "occasionalmente giurisdizionale" del compito affidatogli dalla Costituzione di "giudicare - dice appunto l’articolo 66 - dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità", è anche vero che questa natura viene compromessa, anzi "perduta", di fronte a pressioni esercitate all’esterno "della sede propria" delle decisioni. All’esterno cioè della giunta competente e dell’aula del Senato, cui è estraneo Capotosti, ma anche Angelino Alfano. Al quale Scalfari ha contestato, per il suo triplice ruolo di deputato, segretario del Pdl e vice presidente del Consiglio, nonché ministro dell’Interno, il sostegno alla tesi del ricorso alla Corte Costituzionale. Nella foga polemica contro Capotosti e il suo "errore marchiano" di sottovalutare il "ricatto" politico che avrebbe vanificato il carattere giurisdizionale del voto senatoriale sul Cavaliere, Scalfari a sua insaputa ha coinvolto nella questione, come si accennava all’inizio, anche Pier Luigi Bersani. Che, deputato e segretario di partito al pari di Alfano, sta esercitando le sue brave "pressioni ricattatorie", in senso contrario, sui parlamentari di Palazzo Madama. Le sta esercitando, il segretario del Pd, non solo parlando contro il rinvio alla Corte Costituzionale, ma anche annunciando che i senatori del suo partito voteranno per la decadenza di Berlusconi. Cioè, dando loro la linea, insomma ordinando come votare, e così calpestando, oltre al già citato articolo 66, quello successivo. Che, come stiamo ricordando con insistenza su questo giornale, e continueremo a ricordare ancora, per nulla scoraggiati dal silenzio altrui, conferisce a "ogni membro del Parlamento" il diritto di "rappresentare la Nazione", non solo gli elettori del proprio collegio, e di "esercitare le sue funzioni senza vincolo di mandato". Il vincolo di mandato escluso dalla Costituzione, nel caso dei parlamentari del Pd da cui la Repubblica di carta si aspetta un disciplinato voto contro il ricorso alla Consulta e contro Berlusconi, non può quindi essere dato dal segretario del partito. E neppure, o tanto meno da Scalfari. O da quanti, ancora più faziosamente di lui, stanno imbastendo dalle colonne di un altro giornale - Il Fatto - l’ennesima campagna d’intimidazione contro il presidente della Repubblica, dipingendo come suoi "cortigiani" o "corazzieri di complemento" i vari Capotosti, Onida, Violante, Ranieri, Vietti e Casini: tutti distinti e distanti, avrebbe detto il compianto Francesco Cossiga, da Berlusconi ma additati al pubblico disprezzo della vecchia e nuova sinistra giustizialista per la loro condivisione dell’ipotesi di un ricorso alla Corte Costituzionale. Che ritarderebbe troppo, e magari eviterebbe pure, per un sopraggiunto atto di clemenza del capo dello Stato, la esecuzione-espulsione dal Senato del tanto odiato e temuto Cavaliere.

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