La sua vecchia e meritata laurea non in legge ma in filosofia, con una bella tesi su Anna Kuliscioff, non dovrebbe esonerare il deputato e segretario reggente del Pd Guglielmo Epifani, già capo della Cgil, dall’obbligo di conoscere la Costituzione. Che egli invece mostra di ignorare e, nella presunzione di difendere addirittura "il principio della legalità", si è bellamente messa sotto i piedi rendendo finalmente esplicito ieri, in una intervista a La Repubblica, ciò che in verità si era capito già da tempo ma cui si stentava a credere davvero per un eccesso di scrupolo. È la direttiva ai senatori del suo partito di votare, prima in commissione a votazione palese e poi in assemblea a scrutinio segreto, per la decadenza di Silvio Berlusconi da Palazzo Madama dopo la condanna definitiva per frode fiscale, per quanto non ancora accompagnata dalla pena accessoria dell’interdizione, ancora da definire tra giudici d’appello e Cassazione. «Tra di noi non ci saranno franchi tiratori», ha assicurato Epifani aspettandosi quindi che i senatori della propria parte politica facciano il dovere da lui indicato, senza neppure il bisogno di passare per qualche riunione e deliberazione ufficiale di partito o di gruppo parlamentare. Che peraltro, neppure se fosse presa potrebbe mai avere una forza maggiore dell’articolo 67 della Costituzione. "Ogni membro del Parlamento - vi si legge - rappresenta la Nazione ed esercita la sue funzioni senza vincolo di mandato", per quanto reclamato e diffuso dal segretario del Pd attraverso la gazzetta ufficiale della Repubblica di carta. Un vincolo di mandato negato dalla Costituzione in via generale, ma ancora più illegittimo quando i parlamentari sono chiamati a compiti persino giurisdizionali, come vengono definiti quelli che aspettano appunto i senatori alle prese con il problema della decadenza di Berlusconi da Palazzo Madama. Nella sua un po’ troppo improvvisata competenza giuridica il povero Epifani, in verità, non sembra convinto di questo carattere giurisdizionale del voto al quale stanno per essere chiamati i senatori. Tanto è vero che, sempre nella sua intervista di ieri, ha detto che «non può essere il Parlamento a sollevare» davanti alla Corte Costituzionale, come sostengono invece i difensori di Berlusconi, rilievi di compatibilità appunto costituzionale a carico della legge che si vorrebbe applicare contro l’ex presidente del Consiglio. Eppure proprio ieri non un avvocato del Cavaliere ma un compagno politico di Epifani, sicuramente più attrezzato di lui in questa materia, l'ex presidente della Camera ed ex magistrato Luciano Violante, dichiarava testualmente al Corriere della Sera: «La Corte Costituzionale ha ritenuto che il procedimento davanti alla Giunta è di carattere giurisdizionale. Quindi la Giunta, se ritenesse che ci fossero i presupposti, potrebbe sollevare l’eccezione davanti alla Corte». E spiegava, o insegnava anche ad Epifani, che «questa non sarebbe dilazione, ma applicazione della Costituzione». La Giunta di cui parla Violante naturalmente è proprio quella del Senato chiamata ad occuparsi il 9 settembre della decadenza di Berlusconi da parlamentare. Una Giunta, sempre per ripetere il maiuscolo usato da Violante, dove Epifani mostra di avere già deciso invece che cosa debbano fare e come debbano votare i rappresentanti del suo partito. «Personalmente non ne ravvedo le condizioni», ha detto appunto del ricorso ai giudici costituzionali il segretario reggente del Pd a Repubblica, con quanta competenza giuridica e istituzionale abbiamo ormai capito. Nonostante favorito, questa volta, da alcuni eccessi nel Pdl, dove falchi, falchetti, pitoni e pitonesse minacciano con troppa disinvoltura la crisi ministeriale, mostra la corda anche il tentativo di Epifani e di altri dirigenti del Pd di liquidare come inammissibile e odioso "baratto della legalità" l’opportunità politica di salvaguardare i rapporti fra i partiti della maggioranza nella definizione degli effetti istituzionali della condanna definitiva di Berlusconi. La legalità non si può barattare con la tenuta del governo, come si dice a sinistra e mostra ogni tanto di credere anche il presidente del Consiglio Enrico Letta, ma neppure con la logica e gli interessi della campagna congressuale del Pd. Dove uomini, donne e correnti si contendono proprio sul terreno dell’antiberlusconismo la segreteria e la prossima corsa a Palazzo Chigi. È una partita troppo evidente e sporca per non essere vista e rifiutata da chi ha davvero a cuore gli interessi generali del Paese in una situazione economica, finanziaria e sociale di perdurante emergenza, al di là di qualche segno positivo.
Epifani, un filosofo fuori posto
di Francesco Damato - La sua vecchia e meritata laurea non in legge ma in filosofia, con una bella tesi su Anna Kuliscioff, non dovrebbe esonerare il deputato e segretario reggente del Pd Guglielmo...