All’indomani delle immagini shock che continuano a girare in tutto il mondo destando non poco scalpore, la Francia e la Turchia spingono per un intervento contro il regime siriano dopo le denunce sull’uso di gas nervino che secondo gli attivisti avrebbe ucciso 1.300 persone nella notte tra martedì e mercoledì in alcuni sobborghi di Damasco. Ma un’azione internazionale sembra per ora frenata dalle difficoltà nel trovare le prove di quanto accaduto. Cauto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon che ha dichiarato che una richiesta formale è già stata inviata al governo siriano perché consenta agli ispettori già nel Paese da domenica per investigare tre precedenti casi denunciati, di recarsi sui luoghi colpiti dai bombardamenti dell’altra notte. Il segretario generale si auspica una risposa positiva «senza indugi». Ban ha anche ordinato alla sua vice Angela Kane di recarsi a Damasco. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunito mercoledì sera in sessione d’emergenza, aveva affermato di volere fare «chiarezza» sul bombardamento. Ma non aveva esplicitamente chiesto un’indagine immediata degli ispettori che alloggiano in un albergo del centro a pochi km di distanza. Una situazione paradossale di fronte alla quale il Centro di documentazione delle violazioni in Siria - la principale piattaforma di denuncia dei crimini commessi nel Paese - ha chiesto agli inviati dell’Onu di andarsene se non potranno fare un’inchiesta sugli episodi denunciati. Parigi cerca intanto di forzare la mano. Per Il presidente della repubblica francese Francois Hollande, tenta di forzare la mano e vuole subito risposte chiare sull’uso di armi chimiche. Se fosse vera la notizia esse «vengono da Bashar Al-Assad’» ha detto il ministro degli Esteri Laurent Fabius, aggiungendo che ciò renderebbe necessario rispondere con la forza. Sulla stessa lunghezza d’onda il capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu, secondo il quale il regime di Damasco ha superato ormai «tutte le linee rosse». Mentre la Lega Araba ha chiesto a Ban Ki-moon di convocare d’urgenza una sessione del Consiglio di sicurezza per imporre un cessate il fuoco nel Paese. «Riuscire a fare chiarezza è la cosa più importante, perché il regime e i russi danno un’altra versione, più o meno interessata», ha detto il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino. Infatti, il regime si difende affermando che l’uso di armi chimiche proprio in presenza degli esperti delle Nazioni Unite sarebbe stato un «suicidio politico». Una circostanza sottolineata anche dall’osservatore permanente del Vaticano presso l’Onu a Ginevra, mons. Silvano Maria Tonasi. «Da un punto di vista d’interessi immediati, al governo di Damasco non serve questo tipo di tragedia», ha osservato Tonasi, aggiungendo che «non bisogna accelerare un giudizio senza avere sufficiente evidenza». Gli Usa «sono al momento in grado di dire se siano state usate armi chimiche in Siria» nei recenti attacchi. Lo ha affermato il Dipartimento di Stato americano, che però ha aggiunto di non ritenere i ribelli che si oppongono a Bashar Assad capaci di gestire e maneggiare questo tipo di armi. In ogni caso, ha affermato la diplomazia americana, un utilizzo di tali armi «rappresenterebbe una scellerata e flagrante escalation». Ma non sono solo i gas a uccidere in Siria. I bombardamenti governativi convenzionali sui sobborghi controllati dai ribelli sono continuati oggi, mentre un obice di mortaio sparato apparentemente dagli insorti è caduto nel centro moderno di Damasco, a meno di un chilometro dalle antiche mura della Città vecchia, senza fare vittime. L’ordigno ha colpito il parco George Khuri, tra piazza degli Abbasidi e Bab Tuma (Porta di Tommaso), uno degli ingressi alla parte antica della capitale.
La Francia: serve forza contro le armi chimiche
Il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon chiede a Damasco il via libera per gli ispettori
