Il messaggio è chiaro: «Prepariamoci». Di Silvio Berlusconi non si avevano tracce (ufficiali) da prima che Giorgio Napolitano scrivesse la nota che ne ha frustrato le speranze in un salvacondotto quirinalizio per la sua vicenda giudiziaria. Da allora il Cav si era chiuso nella sua Villa di Arcore consentendo l’accesso solo ai familiari e ai suoi legali. La sera del 17 agosto, invece, per la prima volta la sua voce è tornata sulla scena pubblica. Poche frasi «rubate» da una conversazione telefonica privata con il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani. Sufficienti, in ogni caso, per confermare quanto si è detto e scritto negli ultimi giorni: Silvio non molla, non ha alcuna intenzione di chiedere la grazia e, a questo punto, la responsabilità di far cadere il governo se l’assumeranno quelli del Pd se davvero dovessero votare la sua decadenza da senatore. L’occasione è una raccolta firme in sua difesa a Bellaria, sulla riviera riminese. Sul posto c’è anche Mantovani, che a un certo punto riceve la telefonata dell’ex premier. Scambiano alcune battute, poi il coordinatore lombardo chiede al Cavaliere se vuole dire qualche parola ai militanti in vivavoce. Berlusconi non si fa pregare. «Farò sino all’ultimo l’interesse del Paese e degli italiani - spiega tra gli applausi - andate avanti con coraggio, io resisto. Non vi farò fare assolutamente brutte figure. Prepariamoci al meglio». «Berlusconi - ha commentato Mantovani - è stato favorevolmente colpito dal fatto che, in pieno agosto e sotto la calura, degli attivisti si stessero prodigando per raccogliere le firme a suo favore». Il Cav non molla quindi, anzi resiste e invita tutti a prepararsi al meglio. A cosa, è fin troppo facile intuirlo. Se la situazione non dovesse in qualche modo modificarsi, il ricorso anticipato alle urne sarà inevitabile. Ma a un’exit strategy fornita dal Quirinale o dai Democratici ormai non ci crede più nessuno, tanto più il Cavaliere che, negli ultimi giorni, è stato segnalato di umore nerissimo da chiunque ha avuto modo di sentirlo a telefono. Non sono bastati gli appelli dei suoi avvocati. Se l’eventualità di richiedere la grazia era stata bocciata sin dall’inizio, almeno da Niccolò Ghedini, perché non avrebbe risolto il nodo dell’agibilità politica, c’erano però altre soluzioni che i legali avevano sottoposto all’ex premier non solo per garantirgli il seggio in Senato, ma anche per evitare che i prossimi nodi giudiziari pendenti sulla sua testa - dal processo Ruby a quello De Gregorio - gli piombassero sulla testa con troppa violenza. Da un lato c’era la possibilità di chiedere l’affidamento ai servizi sociali, che in caso di buon esito avrebbe potuto portarenel giro di una decina di mesi alla cancellazione delle pene accessorie alla condanna Mediaset, come appunto la decadenza da Palazzo Madama. Dall’altro la possibile richiesta della commutazione della pena con una sanzione pecuniaria, altra possibilità in mano al presidente della Repubblica sulla scia di quanto già compiuto per il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Anche in quel caso il Capo dello Stato potrebbe in linea teorica cancellare le pene accessorie ai danni del Cav. In entrambi i casi, però, Berlusconi dovrebbe in qualche modo fare mea culpa, ammettere le sue responsabilità giuridiche. Cosa che il Cavaliere non intende assolutamente fare. Così, in attesa che la Giunta per le Immunità si riunisca il 9 settembre (ma il voto sulla decadenza potrebbe non arrivare prima di un paio di mesi) il presidente del Pdl studia il modo migliore per arrivare alle urne, a questo punto presumibilmente nella primavera del 2014. Il primo passo sarà un discorso al Senato che Berlusconi potrebbe tenere proprio a settembre e che il Cav avrebbe già cominciato a scrivere. In linea teorica si tratta di una sorta di «discorso alla Nazione» nel quale Silvio denuncerà tutti i mali della giustizia e le ferita inferta alla democrazia con l’eventuale sua espulsione dalla vita politica. A quel punto la palla passerà nelle mani del Pd. Il parere della Giunta sarà inevitabilmente politico, con Pd, Sel e M5S schierati per la decadenza del Cav a prescindere dagli aspetti tecnici. A livello giuridico, infatti, i pareri sulla presunta irretroattività della legge Severino restano discordi. Ai pareri dei giuristi di destra ha replicato il costituzionalista Valerio Onida: «La incandidabilità non è una sanzione aggiuntiva, ma un requisito negativo di eleggibilità di un cittadino, quello che conta è la condanna non il momento in cui è stato commesso il reato».
Silvio avvisa i militanti: prepariamoci
Il Cav interviene in «vivavoce» durante una raccolta firme in suo favore «Resisto, farò il bene del Paese». Intanto scrive un discorso da leggere in Senato
