«Basta interessi di parte. Chiunque interromperà il cammino della speranza ne pagherà il conto davanti al Paese». Enrico Letta sceglie la platea «amica» del Meeting di Rimini per lanciare un ulteriore stop a quanti, in questi giorni, sembrano rassegnati a un’inevitabile crisi di governo sulla scia del voto sulla decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi. Il premier non cita mai il caso del Cav, nel suo discorso volare alto, parla dell’Europa che «ha bisogno di essere il più unita possibile per vincere le sfide che il futuro e ancor più il presente le mettono di fronte», sprona l’Italia a puntare di più su un settore cardine come l’istruzione che troppe volte nel recente passato è stato bistrattato. Ma l’ombra della crisi di governo aleggia comunque sulle sue parole, e Letta non esita a ricordare a tutti come in questo momento sarebbe una follia far ripiombare il Paese nel caos proprio in coincidenza di una ripresa che deve a tutti i costi essere agganciata. Nel dire questo il premier ha gioco facile. Il Meeting è spesso stato filogovernativo e lo è ancor di più adesso che nelle file dell’esecutivo militano due ciellini «doc» come Maurizio Lupi e Mario Mauro. Il lunghissimo applauso che saluta il discorso è l’ulteriore testimonianza del feeling del mondo di Cl con le larghe intese. «L’Italia può uscire dalla crisi e se qualcuno interromperà questo percorso di speranza per interessi di parte, sarà punito dagli italiani». Insomma, il sistema politico italiano,«contro la sovrastruttura e l’ideologia del conflitto permanente, deve far vincere la logica e la forza fecondatrice dell’incontro, sempre». Tutto il discorso del premier è un duro j’accuse alla logica dello scontro. Letta se la prende con «i professionisti del conflitto che vogliono coprire il loro vuoto di valori e di idee con il conflitto permanente». Così, dopo l’ennesimo avvertimento agli alleati della «strana maggioranza», arriva anche un doveroso tributo a Giorgio Napolitano. Il «padre putativo» dell’esecutivo viene citato in più punti dal premier. Viene ricordato che quando accettò il secondo mandato al Quirinale chiese a tutti un’analoga assunzione di responsabilità che ora sarebbe gravissimo disattendere. Letta indica anche Napolitano come colui che, proprio dal palco riminese, diede la vera svolta alla situazione politica italiana invitando tutti «a cominciare a parlare il difficile linguaggio della verità». E il presidente del Consiglio sembra parlare al Colle anche quando affronta il secondo passaggio cruciale del suo discorso. «Se dobbiamo parlarci il linguaggio della verità - dice - dal 1° settembre si deve cominciare a discutere in Commissione quello che è il cambiamento più urgente: la legge elettorale, perché il sistema attuale ha dimostrato di non funzionare». «E poi - conclude - c’è bisogno delle riforme della politica: il finanziamento pubblico ai partiti. Il cambiamento che porti ai cittadini il potere di dare privatamente, con un incentivo pubblico le risorse ai partiti». Un programma di riforme ambizioso. Forse troppo, per chi è costretto a vivere con la spada di damocle di una maggioranza sull’orlo dell’esplosione.
Letta: «Non sabotate il governo»
Il premier a Rimini: chiunque fermerà la speranza sarà punito dagli italiani. La legge elettorale va cambiata
