Non sarà ancora congresso ma ci somiglierà molto. Nelle prossime settimane, complice il calendario serratissimo delle varie feste democratiche in giro per l’Italia, il baricentro della politica italiana si sposterà inevitabilmente in casa Pd. Con possibili e nefaste conseguenze per il governo Letta. L’effetto della nota ferragostana di Napolitano, quella in cui il presidente della Repubblica invitava tutti gli attori della scena politica a non mettere a repentaglio le sorti del governo, è durato lo spazio di un paio di giorni. Al termine dei quali da largo del Nazareno sono tornati ad alzarsi gli strali contro Berlusconi. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono quelli di Rosy Bindi: «Il voto sulla decadenza è un limite invalicabile. Non è pensabile scambiare il Governo con il principio di legalità» ha detto la pasionaria in un’intervista a La Stampa . Il fatto che questo possa significare la fine del governo delle larghe intese, stando agli ultimatum che continuano a piovere dal Pdl, viene considerato un piacevole corollario più che un rischio per il Paese. In tutto questo si innesta, come detto, un calendario delle feste democratiche che ha concentrato i comizi dei principali candidati alla segreteria proprio nei giorni in cui la Giunta per le Immunità del Senato sarà chiamata a decidere del destino del Cavaliere. Il più atteso sarà Matteo Renzi, che parlerà prima a Reggio Emilia il 30 agosto e tre giorni dopo, il 2 settembre, a Bologna. Ma non meno significativi potrebbero essere gli interventi di Gianni Cuperlo - il 28 agosto a Reggio e l’11 settembre a Bologna - e Giuseppe Civati, che sotto la Torre degli Asinelli ci andrà il 16 settembre mentre sei giorni prima sarà a Reggio. Inevitabile in quelle occasioni affrontare il tema Berlusconi. Così come sarà impossibile, a poche settimane dalle primarie per la segreteria, cedere alle pressioni forcaiole di un popolo che, negli ultimi mesi, ha dovuto già ingoiare i bocconi amari della «non vittoria» alle elezioni e del governo delle larghe intese. È anche per questo motivo che i più «governisti» tra i democratici sperano che, in realtà, al voto in Giunta su Berlusconi non si arrivi mai, augurandosi magari che il Cav si dimetta ancora prima da senatore e tolga il qualche modo le castagne dal fuoco al Pd. L’ipotesi, ovviamente, da Berlusconi non è stata neanche presa in considerazione. Nel Pdl si punta piuttosto a una tattica dilatoria per allungare il più possibile i lavori in Giunta, magari gettando ombre e perplessità sull’applicazione retroattiva della legge Severino. Peccato che a fugare ogni dubbio sarebbe già intervenuto il Consiglio di Stato: «Il problema dell’incandidabilità di Berlusconi - ha spiegato Andrea Mazziotti, responsabile Giustizia di Scelta Civica - è stato già risolto dal Consiglio di Stato con una sentenza del febbraio 2013, nei confronti di Marcello Miniscalco, candidato nelle liste del centrosinistra in Molise. Il Consiglio di Stato ha escluso Miniscalco, affermando che l’incandidabilità non ha natura sanzionatoria, che vale anche per i reati commessi prima dell’entrata in vigore del decreto e che la norma è assolutamente costituzionale».
Sul premier il fuoco amico del Pd
Cresce l’ala di chi spera che il caso-Berlusconi metta fine all’esecutivo I comizi di Renzi, Cuperlo e Civati nei giorni del verdetto della Giunta
