Ogni tanto capita che l'Italia partecipi a programmi internazionali per realizzare opere infrastrutturali strategiche. È il caso della Tav, l'alta velocità, o del Muos, il sistema di comunicazione satellitare basato su quattro stazioni dislocate nel mondo (una di queste è in Sicilia, presso la base militare di Niscemi). L'ultimo progetto significativo in ordine di tempo è quello del Tap, Trans Adriatic pipeline. Si tratta della rete che consente di convogliare l'oro blu azero, il gas estratto dall’immenso giacimento di Shah Deniz, in Europa dopo aver attraversato la Turchia. Il punto finale di questo lungo e fondamentale tragitto è proprio sulle nostre coste, in Puglia in particolare. Un’occasione straordinaria, che – come rimarcato dalla recente visita in Azerbaijan del presidente del Consiglio Enrico Letta – aiuterà a diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, creare circa 2mila posti di lavoro, diminuire la dipendenza dal gas russo e spostare il cuore degli hub energetici europei rendendo l’area adriatico-jonica il centro della futura politica energetica europea, anche con il coinvolgimento positivo dell'italiana Snam. Oltre a tenere giù i prezzi dell’energia e a favorire quindi la competitività del Paese. Una notizia che sarebbe accolta con estremo favore in qualsiasi Paese, dunque, tranne che nel nostro. In provincia di Lecce, terminale del gasdotto, ferve la protesta del movimento No Tap, che si oppone alla realizzazione dell’impianto. Ci risiamo. Sebbene il movimento salentino abbia ancora una connotazione prevalentemente locale e non abbia raggiunto i riflettori della stampa nazionale e dei grandi interessi organizzati, non mancano già episodi di violenze e polemiche dal tono particolarmente alto. Come per la Tav e il Muos, va a consolidarsi una tendenza davvero pericolosa. Alla sindrome Nimby, che è la reazione di rigetto di una comunità locale (un piccolo paese o un quartiere di una città) nei confronti della localizzazione nel proprio territorio di un'opera (es.: una discarica) considerata dannosa per la propria salute o per il valore economico delle proprietà immobiliari circostanti, si aggiunge una dimensione politica antagonista alimentata da forze faziose della sinistra radicale e da gruppi violenti eterogenei che vanno dai centri sociali agli anarco-insurrezionalisti passando per gli immancabili black bloc. Una miscela incendiaria di paure locali e minacce globali. Non è un caso infatti che i bersagli scelti da questa galassia di "guastatori" siano tutti legati ad interessi internazionali (Europa e/o Stati Uniti o Nato). In Piemonte, in Val di Susa, la dimensione devastante dei No Tav ha, sia pure con ritardo, finalmente determinato la reazione dello Stato, con i magistrati che hanno ipotizzato il reato di terrorismo, e della politica, con il Pd che ha preso le distanze dai teppisti e dai "regressisti". In Sicilia, per il Muos, la cronaca informa di una escalation di illegalità e violenza. A Niscemi però, a protezione di un sito strategico italiano, la risposta della politica non è apparsa ancora degna di un Paese civile. Dopo le devastazioni di venerdì scorso, i ministri della Difesa e dell'Interno, Mario Mauro e Angelino Alfano, avrebbero dovuto ricevere le attestazioni bipartisan di solidarietà per il lavoro svolto dai militari e dagli operatori della sicurezza (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza). Invece nulla. Solo il dibattito feroce e incomprensibile all'interno della sinistra radicale (con Sel e grillini che si sono scagliati contro il traditore Crocetta) e un atteggiamento a dir poco ambiguo del Pd che qui non ha trovato un nuovo Esposito (il deputato pro Tav) ma, ahinoi, qualche piccolo emulo di Masaniello (uno di questi iscritto alla corrente del pur filoamericano Matteo Renzi). Ciò che serve ora, per la Tap come per la Tav e il Muos, non è una militarizzazione dei cantieri ma la capacità dello Stato di mostrare la sua serena fermezza nel tutelare legalità e sicurezza. Dovrebbe valere per tutte le decisioni prese in materie di infrastrutture e investimenti economici ma quando si fa riferimento ad opere strategiche l'attenzione dovrebbe essere se possibile maggiore. Gli antagonisti scelgono questi obiettivi in virtù del loro valore simbolico. Per la stessa ragione, lo Stato, la Repubblica italiana, deve difendere e promuovere quei simboli. Il governo - il premier Letta, i ministri Alfano, Mauro, Flavio Zanonato, Maurizio Lupi ed Emma Bonino - deve sapere di poter interloquire in Europa e nel mondo sapendo di rappresentare tutti gli italiani e il loro sovrano interesse nazionale. Non si possono firmare accordi e poi restare ostaggi di comitati locali o, peggio, di professionisti dell'antagonismo. Se vogliamo contare a livello internazionale dobbiamo saper garantire almeno il rispetto delle leggi nei nostri confini. Ai No Tap, No Tav, No Muos, dovremmo rispondere, uniti, Sì Italia.
Lo Stato risponda: «Sì Italia»
di Paolo Messa - Ogni tanto capita che l'Italia partecipi a programmi internazionali per realizzare opere infrastrutturali strategiche. È il caso della Tav, l'alta velocità, o del Muos, il sistema...
