«Non credo che questo decreto possa risolvere il problema delle carceri italiane». A parlare è Cosimo Rega, ergastolano con più di 35 anni di carcere già scontati. Grazie all’articolo 21, che gli permette di uscire la mattina per poi rientrare a Rebibbia la sera, da un anno lavora in una cooperativa presso l’ufficio del Garante dove si occupa della realizzazione e promozione di eventi culturali dei detenuti. Inizia così il suo commento al decreto svuotacarceri del governo Letta, che giovedì 8 agosto è stato approvato dal Senato e promette di alleggerire le presenze di circa 3.000 unità in un solo anno. Da Strasburgo è arrivato l’ordine di porre riparo al sovraffollamento degli istituti penitenziari entro maggio 2014. Se a questa data l’Italia non avrà dimostrato di aver intrapreso un percorso idoneo al miglioramento, sarà condannata per trattamenti inumani e degradanti. «Questo provvedimento rischia di essere solo un calmante e non una cura di un sistema che ha bisogno di grosse modifiche strutturali e filosofiche. Forse sarà buono per dare l’impressione all’Europa che qualcosa si sta facendo per rientrare nei parametri fissati dalla Comunità» Cosimo è stato condannato a fine pena mai per gravi reati legati alla criminalità organizzata. Ti aspetti un uomo stanco e provato dalla lunga permanenza in restrizione, trovi invece una persona piena di energia e di vita che, pacatamente, ti illustra e spiega come funziona il sistema carcerario. Nel 2012 è stato tra i protagonisti di "Cesare deve morire", film di Paolo e Vittorio Tavani vincitore di numerosissimi premi tra cui spicca l’Orso d’oro al festival di Berlino. La pellicola narra la messa in scena del "Giulio Cesare" di William Shakespeare da parte dei detenuti del carcere di Rebibbia. Nello stesso anno, per Robin Edizioni, pubblica "Sumino ’o falco. Autobiografia di un ergastolano" libro in cui racconta la storia della sua vita. Perché ritiene che il decreto da solo serva a poco? «Le carceri oggi sono discariche umane, dove si perde la dignità. In alcuni reparti si sta in otto in una stessa cella di pochi metri quadrati. In piccoli spazi convivono persone di abitudini, etnie, culture e esigenze alimentari diverse. Là dove dovrebbe nascere l’etica, c’è una totale mancanza di estetica». Va bene, ma allora cosa si deve fare? « Ci vuole una grande fantasia rinnovatrice, coraggio, intraprendenza e voglia di fare. Serve una svolta. I penitenziari devono avere gli strumenti idonei per poterla provocare ad esempio permettendo agli operatori del settore di poter ben operare. Faccio un esempio: in carcere si parla solo delle imprese del passato e dei sogni futuri. Per paura si evita il presente. Sono gli psicologi che dovrebbero portare nelle celle il presente. Far capire quello che si sta vivendo per preparare il dopo. Ma questi vengono pagati per 12 ore al giorno e hanno 500 detenuti da ascoltare...». I soldi sono pochi, c’è la crisi e tanti altri problemi da risolvere. « Vero. Oggi più che mai per il mondo esterno noi siamo solo un problema in più e per molti, sarebbe meglio "buttare la chiave". Il cambiamento deve avvenire anche da noi stessi. Non serve aspettare passivamente nell’attesa che qualcuno dall’esterno faccia qualcosa. Siamo noi che dobbiamo capire che attraverso la cultura possiamo trovare la via del riscatto e del reinserimento nella socieà». A proposito di cultura, come nasce la collaborazione con i fratelli Taviani? «Molti anni fa, nel reparto di alta sicurezza dove mi trovavo, ho fondato la compagnia di detenuti-attori per dare un senso alla vita in un luogo senza senso. Durante una performance di Dante, ci hanno visto i fratelli Taviani e ci hanno proposto il film». La letteratura e lo studio, possono cambiare le persone? «Proprio cambiare non direi. Possono però fare riflettere. A me è capitato. Con gli studi ho schiarito il mio orizzonte e cominciato a vedere il mondo in un modo diverso. Ora vado in giro a spiegare ai ragazzi in difficoltà che la criminalità organizzata è anch’essa una forma di cultura che addirittura in alcuni casi si preoccupa dell’educazione dei giovani. Solo la vera cultura può sconfiggerla. La trasformazione è culturale. Non basta la repressione, serve la formazione sul territorio. Se tutto questo viene capito, i premi che abbiamo vinto con il film, avranno avuto un senso, altrimenti rimarranno solo una soddisfazione personale». Cosa si sente di dire a chi sta affrontando ora il percorso che la vita le ha riservato «La privazione della libertà è un’esperienza che ti segna. Ma si può rinascere. Il carcere mi ha prima tolto e poi dato tanto. Io volevo vivere il carcere, non sopravvivere»
L’ergastolano: carceri come discariche
L’ex camorrista Cosimo Rega, che ha già scontato 35 anni, boccia il decreto «Serve a metterci in regola con la Ue ma non restituisce dignità ai detenuti»
