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Esposito si salverà. È la prassi

di Francesco Damato - Accetto scommesse sull'esito, che temo infruttuoso, del fascicolo aperto al Consiglio Superiore della Magistratura sul presidente di sezione della Cassazione Antonio Esposito,...

Accetto scommesse sull'esito, che temo infruttuoso, del fascicolo aperto al Consiglio Superiore della Magistratura sul presidente di sezione della Cassazione Antonio Esposito, e assegnato con pur lodevole urgenza alla prima commissione. Che è quella competente per i trasferimenti d'ufficio: la stessa che ha appena deciso di archiviare un procedimento contro il capo della Procura della Repubblica di Palermo Francesco Messineo. Il quale ha buone probabilità pertanto di restare al suo posto, nonostante i pasticci verificatisi nei suoi uffici, e praticamente sanzionati dalla Corte Costituzionale su ricorso del Quirinale, per le "casuali" e "indirette" intercettazioni praticate anche sul telefono del capo dello Stato nelle indagini sulle presunte trattative nel biennio stragista 1992-93 fra lo Stato e la mafia. Pasticci che furono probabilmente anch'essi frutto di un rapporto, diciamo così, distorto fra il procuratore capo e il suo "aggiunto" di allora Antonio Ingroia: tanto distorto da avere provocato, insieme con altre contestazioni, l'avvio del breve e alla fine soltanto virtuale procedimento disciplinare. Come virtuale, o quasi, si rivelerà la pratica di Antonio Esposito. A favore dell'archiviazione del fascicolo di Messineo ha evidentemente giocato, pur nel riconoscimento di qualche anomalia riscontrata nella gestione del suo ufficio, la preoccupazione di tutelare l'immagine e la posizione di una Procura di frontiera nella lotta alla mafia come quella di Palermo. È un po' la logica con la quale diciotto anni fa l'allora ministro della Giustizia Filippo Mancuso ci rimise il posto, sfiduciato dal Senato, per avere osato disporre del suo potere ispettivo su altri uffici giudiziari di punta: quelli di Milano, dove le inchieste e i processi di Tangentopoli avevano appena decapitato la cosiddetta Prima Repubblica e si era già cominciato a mettere sotto torchio il protagonista della seconda, cioè Silvio Berlusconi, raggiunto nell'autunno del 1994, pochi mesi dopo la vittoria elettorale e l'approdo a Palazzo Chigi, dalla prima di quella che sarebbe stata una lunga serie di iniziative giudiziarie contro di lui. Il problema ora non è più soltanto di tutelare gli uffici giudiziari di Palermo e/o di Milano. Adesso bisogna mettere in sicurezza la "suprema" Corte di Cassazione, dove si è appena consumata la prima condanna definitiva, per frode fiscale, di Berlusconi - sempre lui - ma si è anche verificato il clamoroso incidente del presidente della sezione giudicante, appunto Antonio Esposito. Che, in una intervista definita "inopportuna" dal primo presidente della stessa Cassazione e persino dal sindacato delle toghe, ha anticipato le motivazioni non ancora scritte della sentenza. E lo ha fatto con argomenti e con parole a dir poco imbarazzanti anche per giornali disposti di solito a tollerare tutto, dei magistrati, pur di raggiungere l'obbiettivo della eliminazione politica di Berlusconi. Solo Il Fatto ieri aveva ancora la disinvoltura di difendere Esposito, rimproverato invece sul Manifesto di avere dato "una grossa mano" al Cavaliere con la sua "gaffe", in qualche modo accreditando le proteste e i dubbi del Pdl sulla linearità e correttezza dei giudici. Ora, per quanto dovuto di fronte al clamore di una "inopportuna" intervista, il fascicolo di Esposito è già stato inchiodato in una cornice che da sola lo svuota di effetti e significato: la "intangibilità", "irreversibilità" e quant'altro del verdetto di condanna di Berlusconi, a dispetto di tutto ciò che di illogico e di anomalo sia già emerso e possa ancora emergere. Un verdetto basato su testimonianze inedite di "Tizio e Caio", come si è lasciato scappare Esposito fra le proteste degli avvocati che giustamente reclamano di esserne ora informati, non avendone trovato traccia nei processi di primo e secondo grado. Una condanna maturata in una camera di consiglio di 7 ore, pari quindi a 420 minuti. Che al netto di "una pausa per panino" rivelata dallo stesso Esposito diventano circa 400, durante i quali i signori giudici hanno dovuto confrontarsi su "una novantina" di motivi di ricorso dei vari imputati, di cui 47 solo della difesa di Berlusconi. Ciò significa che sono bastati meno di cinque minuti per ogni motivo: una media strabiliante, anche per una sezione "feriale".

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