Qualche giorno fa, per la precisione due giorni prima della condanna di Berlusconi, con tempistica che potrebbe ai maliziosi sembrare sospetta, il Corriere della Sera riportava una notiziola di nessun interesse: dopo 32 anni dalla condanna (finalmente, sottinteso!) era stata revocata a Licio Gelli l’onorificenza di commendatore. Per chi non lo ricordasse, Gelli era il venerabile della loggia P2 di cui anche Berlusconi era membro. Nell’editoriale di ieri, il direttore De Bortoli ha indossato il vestito delle buone occasioni. Anzi, delle occasioni straordinarie. Quelle che meglio mettono in evidenza le doti di cui dispone: maestro del pensiero equilibrato, equanime, responsabile. De Bortoli ha indicato a Berlusconi ed al centro destra tutto l’unica strada loro rimasta: la resa. La scomparsa dal pubblico agone. Le parole erano, come sempre, quelle di circostanza: bene della patria, l’Italia non può permettersi, rispetto dello stato di diritto, separazione dei poteri. Il giornale che a suo tempo ha sponsorizzato Prodi, quello che ha lanciato una micidiale campagna contro la casta, che ha cominciato a denunciare l’inconcludenza del governo Berlusconi con molto anticipo rispetto alla sua effettiva caduta, che ha sponsorizzato in ogni possibile modo l’esperimento Monti, ieri ha tratto le conseguenze della sentenza della cassazione: dopo venti anni è arrivata, e non è più procrastinabile, la fine. Ecco il passaggio centrale dell’editoriale del Direttore del Corriere: «Il senso di responsabilità di accettare una sentenza, anche se ritenuta l’epilogo di un accanimento giudiziario, ma ormai definitiva ed esecutiva (evidentemente De Bortoli ritiene un dettaglio, un aspetto su cui sorvolare, l’accanimento persecutorio contro Berlusconi), senza trascinare nella propria vicenda individuale il governo e il Paese», tutto questo (come se la vicenda Berlusconi fosse solo una vicenda strettamente personale e non, come è, politica e riguardante buona parte della popolazione italiana) «darebbe a Berlusconi e al centrodestra ancor più argomenti per richiedere consenso e approvazione da parte dei propri elettori». De Bortoli sembra sostenere che le proprie ragioni si difendano meglio da morti invece che da vivi. Un ragionamento tanto ardito mi ha ricordato un periodo della storia italiana in cui ha dominato l’odio per la nostra tradizione, la nostra cultura e la nostra religione: il risorgimento. In nome della libertà, della giustizia e del progresso è stata combattuta una guerra all’ultimo sangue contro la chiesa e le sue istituzioni. A cominciare dalla scuola. Ecco cosa sosteneva il 31 luglio 1851 dalle colonne del Progresso il filosofo Spaventa: «Noi certo vogliamo la libertà in tutto e per tutto, ma l’applicazione assoluta di questo principio suppone l’eguaglianza di tutte le condizioni. Adunque, considerando la questione in modo assoluto, noi vogliamo la libertà d’insegnamento; ma giudichiamo che per essere attuata essa abbisogni di alcune condizioni generali, richieste dallo stesso principio d’uguaglianza e di libertà, le quali ora non si trovano nel nostro paese». Detto in parole povere: noi liberali non possiamo competere con la chiesa nel campo dell’insegnamento perché la popolazione è cattolica e tutti vogliono mandare i propri figli alle scuole cattoliche. Bisogna sopprimere le scuole cattoliche in modo che, dopo, si possa ripartire tutti su un piano di uguaglianza. Mi viene anche in mente un secondo esempio, se possibile, ancora più drammatico. Dopo la morte prematura (e sospetta) del padre, sale al trono un giovanissimo ed inesperto Francesco II di Borbone. Garibaldi è alle porte di Napoli e il ministro dell’interno, in segreta combutta col generale e con Cavour, consiglia al re di abbandonare Napoli senza combattere: evitando la distruzione della città potrà meglio difendere le sue ragioni al cospetto dell’Europa. Succede l’incredibile: per evitare la morte dei suoi sudditi il re abbandona il campo senza combattere. Forse De Bortoli non se ne è accorto, ma Berlusconi e il centrodestra non sono Francesco II di Borbone.
Ma Silvio non è il Borbone
di Angela Pellicciari - Qualche giorno fa, per la precisione due giorni prima della condanna di Berlusconi, con tempistica che potrebbe ai maliziosi sembrare sospetta, il Corriere della Sera...