La linea ufficiale è quella espressa a caldo. Quando, dopo la nota di Giorgio Napolitano, anche Enrico Letta ha rotto il proprio silenzio e ha commentato la condanna definitiva di Silvio Berlusconi augurandosi che l’interesse per il bene del Paese potesse prevalere su quello di parte. Solo se accade questo, è la conclusione naturale e scontata del ragionamento del premier, il governo può continuare il proprio lavoro. Ufficiosamente, però, Letta sa che la situazione è fuori controllo. La debolezza di Pd e Pdl al momento lo aiuta. Il voto non è per alcuno dei protagonisti una soluzione auspicabile. Ma fino a quando? E, soprattutto, fino a quando il Capo dello Stato potrà resistere agitando lo spettro delle sue dimissioni e la propria indisponibilità a sciogliere le Camere? Interrogativi sospesi, come una spada di Damocle, sulla testa del presidente del Consiglio. Che nelle prossime settimane si giocherà anche una bella fetta della propria «carriera» politica. I sondaggi lo danno in crescita nella fiducia dei cittadini, il suo governo raccoglie un certo gradimento, se il Pdl dovesse staccare la spina come faranno i Democratici a preferirgli Matteo Renzi candidato premier alle elezioni? Per questo, nonostante la preoccupazione per un futuro incerto, Letta gioca il tutto per tutto. La parola d’ordine è «fare». Approvare decreti, mettere in campo misure che aiutino la ripresa, varare provvedimenti che conquistino titoli sui giornali. Non a caso è stato proprio il premier ad insistere perché sul tavolo del Consiglio dei ministri di ieri, il primo dopo la sentenza, ci fosse il decreto «Valore Cultura». Un testo che ha come obiettivo quello di investire in uno dei settori trainanti della nostra economia: i beni culturali. E alla fine è stato lui, in conferenza stampa, a spiegare orgoglioso che «la cultura è il cuore del nostro Paese e la possibilità di investire sulla cultura è una delle grandi priorità del nostro Paese e del nostro governo». Certo, vista la giornata, era impossibile non parlare delle vicende «extra-governative». Ma Letta ha tenuto il punto: «L’attenzione alle questioni concrete, alla realizzazioni degli interessi del Paese rimane la nostra stella polare. Sono consapevole del momento delicato, ma metto davanti a tutto l’Italia. Prima di tutto viene l’Italia. Spero che prevalgano gli interessi generali e del Paese e sono convinto che questo accadrà». Lui, in ogni caso, non è disponibile a «vivacchiare». «Il Paese ha bisogno di essere governato, ha bisogno di risposte - ha aggiunto -. Io lavoro in questa direzione. Non considero che il logoramento faccia parte degli interessi del Paese. Sono convinto che oggi siamo in una condizione in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità e fare delle scelte per il futuro. Noi siamo determinati a realizzare il programma di governo». Quindi si va avanti. Anche con la lotta all’evasione (qualcuno aveva ironizzato sul fatto che il governo, ora, è sostenuto da un evasore fiscale condannato) e nonostante le fibrillazioni che sembrano destinate ad aumentare. Soprattutto ora che, come ha spiegato Letta rispondendo ad una domanda, il Cavaliere è fuori dall’agone politico: «La sua incandidabilità? Bisogna applicare la legge, su questo non ci sono questioni di discrezionalità». Tra l’altro i segnali, fino ad ora, sono stati tutto sommato positivi. I ministri, ha aggiunto il premier, «hanno partecipato al Consiglio dei ministri, sia quelli tecnici che quelli politici. Ognuno ha dato suo contributo. Ho visto una partecipazione di tutti. Molto convinta e positiva». I «falchi» del Pdl Gaetano Micciché e Michaela Biancofiore che giovedì avevano annunciato l’intenzione di rimettere le proprie deleghe, al momento non sono pervenuti («Non se ne è parlato e non ho notizie»). E poi ci sono i dati economici. «C’è percezione di primi segnali di ripresa dell’economia - dice qualche ora più tardi incontrando i parlamentari di Scelta civica -. È fondamentale però mantenere la stabilità. Che oggi lo spread sia stabile è un segnale molto importante. I sacrifici pagano, ora le cose sono in ordine. Pensiamo alla crescita. Sarebbe un delitto se il governo si fermasse ora». Così, con parole che sembrano un misto di certezza e scaramanzia, Letta assicura che in autunno il governo presenterà il piano per le privatizzazioni. L’autunno, però, sembra molto lontano.
«Lo stop al governo sarebbe un delitto»
Letta prova ad allontare lo spettro della crisi Poi rilancia: «Prevalga l’interesse del Paese»
