Politica

Napolitano chiude il ventennio di Silvio

Il Capo dello Stato: «La strada maestra è il rispetto della magistratura» Poi auspica che il Parlamento possa arrivare alla riforma della giustizia

Quello di Giorgio Napolitano è il primo commento istituzionale che arriva. Quando la maggior parte degli osservatori sta ancora cercando di capire e interpretare la sentenza della Corte di Cassazione. E si tratta di un evento «storico» visto che quasi nessuno si aspettava un intervento diretto del Quirinale. Ma questo primo agosto 2013 è, a suo modo, una giornata «storica». Il colpo per Silvio Berlusconi è stato violento. Ben più delle attese. I vertici del Pdl corrono a Palazzo Grazioli. Il premier Enrico Letta, chiuso a Palazzo Chigi, tace. E il Capo dello Stato (che non si trova a Roma) detta la linea con quello che, letto tra le righe, sembra un vero e proprio «necrologio» del ventennio berlusconiano. La parola fine su una stagione politica. Due le esigenze di Napolitano: evitare reazioni scomposte da parte del centrodestra nei confronti della magistratura, blindare il governo e la maggioranza di larghe intese. La sua nota è tutta racchiusa entro questi due paletti. «La strada maestra da seguire - scrive - è sempre stata quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura, che è chiamata a indagare e giudicare in piena autonomia e indipendenza alla luce di principi costituzionali e secondo le procedure di legge. In questa occasione attorno al processo in Cassazione per il caso Mediaset e all’attesa della sentenza, il clima è stato più rispettoso e disteso che in occasione di altri procedimenti in cui era coinvolto l’onorevole Berlusconi. E penso che ciò sia stato positivo per tutti». «Ritengo ed auspico - prosegue - che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame, in Parlamento, di quei problemi relativi all’amministrazione della giustizia, già efficacemente prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso. Per uscire dalla crisi in cui si trova e per darsi una nuova prospettiva di sviluppo, il paese ha bisogno di ritrovare serenità e coesione su temi istituzionali di cruciale importanza che lo hanno visto per troppi anni aspramente diviso e impotente a riformarsi». Insomma ora che il Cavaliere è a tutti gli effetti un «pregiudicato» è giunta l’ora di deporre le armi. E concentrarsi sui problemi reali dell’Italia. È finita, avanti. Certo gli interrogativi sospesi restano molti. Berlusconi è veramente finito? O si sta preparando per un ultimo, scenografico, colpo di coda? Al Quirinale, e di riflesso a Palazzo Chigi, prevale l’ottimismo. La convinzione è che il Cavaliere non abbia margini di manovra. Qualsiasi prospettiva diversa dall’attuale sarebbe peggiore. Perché ora che il «tappo» è saltato altre condanne potranno arrivare. Quindi meglio mantenere l’invidiabile condizione di essere il primo «condannato» al governo del Paese. Anche per questo poco dopo la nota di Napolitano anche Letta rompe il suo silenzio: «Esprimo piena adesione alle parole del presidente Napolitano sul pronunciamento della Cassazione. La strada maestra è il rispetto per la magistratura e per le sue sentenze. Per il bene del Paese è necessario ora che, anche nel legittimo dibattito interno alle forze politiche, il clima di serenità e l’approccio istituzionale facciano prevalere in tutti l’interesse dell’Italia rispetto agli interessi di parte». Insomma, si va avanti. Dopotutto, mentre l’attenzione dei media era focalizzata sulla Corte, qua è là sono cominciati ad arrivare timidi segnali di ripresa. Non solo, ma anche i sondaggi hanno rilevato una crescita del consenso intorno al premier. Vista da Palazzo Chigi è la conferma che i cittadini sono proiettati ben oltre le vicende processuali del Cavaliere. Sono stanchi, vogliono uscire dalla crisi e se l’esecutivo è in grado di portarli a destinazione, ben vengano le larghe intese. Per questo, oltre alla nota di Letta, l’unica informazione che arriva dalla presidenza del Consiglio è la convocazione del Consiglio dei ministri di oggi. All’ordine del giorno il decreto cultura e il disegno di legge di abolizione delle province. Nel frattempo si guarda già alla prossima settimana. A lunedì quando il governo taglierà il traguardo dei 100 giorni, al prossimo Cdm, ai provvedimenti che dovrebbero ottenere il via libera del Parlamento. Servono «fatti», interventi che facciano capire agli italiani che la strada imboccata è quella giusta. E poco importa se è la stessa strada che porta fuori dal ventennio berlusconiano.

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