La Cassazione ha messo un po’ a dieta gli avvoltoi evitando, sia pure per la sola parte relativa alla pena "accessoria" dell'interdizione a cinque anni, la conferma della condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale sui diritti televisivi di Mediaset. Una condanna, quella comminata al Cavaliere dai giudici di Milano di prima e seconda istanza, che se fosse diventata davvero e completamente definitiva, come speravano appunto gli avvoltoi, avrebbe potuto terremotare subito i delicati ed emergenziali equilibri politici garantiti dal capo dello Stato alla fine di aprile con la nascita del governo delle cosiddette larghe intese guidato da Enrico Letta. Li avrebbe terremotati o per le reazioni del Pdl, per quanto Berlusconi in persona si fosse preoccupato di garantire il contrario, o per le reazioni del Pd. Dove, pressati anche dalla preparazione di un congresso difficilissimo, sono ancora in tanti a non avere ingoiato il rospo dell'obbligata intesa di governo con il Cavaliere. E non vedevano l'ora di interromperla invocando incompatibilità morali, e non solo politiche, nei riguardi del leader indiscusso del Pdl. Ma ora già fremono dalla voglia, manifestata ieri stesso dal segretario Guglielmo Epifani, di vedere fissare rapidamente e definitivamente da altri giudici d'appello di Milano, con la conferma dalla Cassazione, la nuova e minore pena di interdizione per far decadere Berlusconi da senatore. Con tutto ciò che ne conseguirebbe anche per il prevedibile affidamento dell'ex presidente del Consiglio ai servizi sociali per effetto della pena detentiva, essa sì, confermata dalla Cassazione a 4 anni, dei quali tre condonati per legge. Tanto non vedevano l'ora, gli avvoltoi targati Pd, di cavalcare una eventuale condanna definitiva di Berlusconi per arrivare rapidamente ad una crisi, da avere promosso proprio alla vigilia del verdetto della Cassazione un'accelerazione dei tempi per la riforma elettorale, sganciandola dal percorso delle modifiche alla Costituzione. Come se fosse solo la permanenza della legge attuale, chiamata "Porcellum", a potere o dovere trattenere il presidente della Repubblica, in caso di crisi di governo, dal ricorso ad un altro scioglimento anticipato delle Camere. In realtà, il capo dello Stato è contrario ad una simile ipotesi in questa congiuntura politica, economica, finanziaria e sociale a prescindere dalle norme che disciplinano il rinnovo delle Camere. Lo ha di recente spiegato chiaramente lui stesso in una lettera al Corriere della Sera rispondendo alle critiche mossegli da Fausto Bertinotti per la "blindatura" del governo di Enrico Letta e per l'indisponibilità, appunto, a rimandare presto gli italiani alle urne. Giorgio Napolitano ha definito quella delle elezioni anticipate una "patologia" pericolosa per la tenuta o stabilità del sistema, vista la frequenza con la quale vi si è fatto ricorso nella storia sia della prima sia della seconda Repubblica. In effetti, negli ultimi quaranticinque anni, dal 1968 a questo 2013, le elezioni per il rinnovo delle Camere sono state dodici, contro le nove che avrebbero dovuto essere rispettando le scadenze ordinarie, e quinquennali, delle legislature. E ciò non significa che si sia andati a votare solo tre volte in più. Le elezioni anticipate sono state ben otto su dodici, e quelle a scadenza ordinaria solo quattro, considerando come tale anche l'ultimo turno, quello di fine febbraio scorso. Che, in realtà, è stato anch'esso anticipato, sia pure di soli due mesi. In particolare, sono state anticipate le elezioni del 1972, indette l'anno prima della scadenza della legislatura per rinviare lo scomodo referendum sul divorzio, slittato al 1974; quelle del 1976, anch'esse svoltesi un anno prima; quelle del 1979, anticipate di due anni; quelle del 1983, anticipate di un anno; quelle del 1987, anticipate anch'esse di un anno per l'ostinata volontà della Dc guidata da Ciriaco De Mita di interrompere anzitempo l'esperienza di Bettino Craxi a Palazzo Chigi; quelle del 1994, svoltesi per effetto del ciclone di Tangentopoli solo due anni dopo le precedenti; quelle del 1996, anch'esse solo due anni dopo le precedenti, e quelle del 2008, disposte da Napolitano dopo la dissoluzione del secondo ed ultimo governo di cosiddetto centrosinistra guidato da Romano Prodi.
Gli avvoltoi devono aspettare
di Francesco Damato - La Cassazione ha messo un po’ a dieta gli avvoltoi evitando, sia pure per la sola parte relativa alla pena "accessoria" dell'interdizione a cinque anni, la conferma della...