Sarà il caldo di fine luglio che a Roma ottenebra i pensieri. O forse il fatto che, quando si entra nelle stanze del potere come sono quelle del ministero del Tesoro, il ciarpame ideologico di marxista duro e puro lascia il passo a una visione più realistica e pragmatica dell’economia. Sta di fatto che ieri il viceministro dell’economia Stefano Fassina, uomo di sinistra duro e puro, ha pronunciato una frase che lo ha trasformato per un attimo in un autentico berlusconiano doc. Sulla falsariga di quanto detto infatti da Berlusconi nel 2004: «Lo Stato deve chiedere non più di un terzo dei redditi ai cittadini. Se si va oltre il 50% è morale evaderle», ieri Fassina cogliendo un po’ tutti di sorpresa soprattutto nelle file del Pd, ha spiegato che in Italia «la pressione fiscale è insostenibile» e «c’è un’evasione di sopravvivenza». Lo spunto per l’affermazione choc è arrivato dai dati diffusi dalla Confcommercio, secondo cui il nostro Paese è al top per la pressione fiscale effettiva, ossia il gettito osservato in percentuale del Pil emerso: nel 2013 si è attestata al 54% del Pil (nel 2012 era al 55%). Per capire la mostruosità del dato basta il confronto con la proba Danimarca, paese nel quale i servizi pubblici sono efficienti e dove la pressione del fisco si ferma al 51,1% del Pil. La parole di Fassina ispirate più al pensiero liberista che a quello di Karl Marx hanno comunque innescato un piccolo terremoto all’interno del Pd. Il leader della Cgil, Susanna Camusso, lo ha quasi sbranato dialetticamente: «Ha commesso un drammatico errore politico». Più chiaro e ironico il presidente dei deputati Pdl Renato Brunetta che lo ha apostrofato con un «benvenuto nel Popolo della libertà». A riportare Fassina all’ovile è stato il segretario Pd, Epifani: «Le sue parole sono state equivocate». Trattandosi però di un componente del Governo le sue dichiarazioni hanno messo in subbuglio anche Palazzo Chigi. Letta non ha commentato. Ieri pomeriggio il premier ha visto il vice ministro al Senato e al termine Fassina ha detto che non c’era bisogno di alcun chiarimento. Ma da Palazzo Chigi hanno fatto sapere che che la linea del premier sull’evasione era quella espressa mercoledì scorso all’Agenzia delle Entrate. Nessuno sconto a chi evade, insomma. L’uscita di Fassina si presta a interpretazioni più profonde di una semplice boutade estiva. Il viceministro rimasto un po’ in ombra nella partita economica che si sta giocando tra governo e maggioranza delle larghe intese sul dossier Imu e Iva è in cerca di visibilità e consenso. Non fine a se stesso ma nella logica spiegano i ben informato di avvicinamento a Matteo Renzi e all’idea di una sinistra italiana sul modello di quella inglese di Tony Blair. E cioè meno dogmatica e più pragmatica in grado di decidere anche riforme non ideologizzate. In questo caso l’accusa di essersi trasformato in un berlusconiano non sarebbe un’aggravante ma anzi il biglietto da visita per entrare a pieno titolo nella squadra di Renzi, anche lui considerato dal suo partito troppo vicino alle posizioni del Cavaliere. Finito l’effetto promozionale Fassina però si è immediatamente riallineato su posizioni più consone alle sue idee. È stato lui stesso a spiegare una delle proposte sul tavolo del Tesoro sul dossier Imu. Da cancellare sulla prima casa per l’85% delle famiglie, alzando invece la tassa sulle abitazioni di lusso, e usando le risorse non impegnate per coprire l’imposta sugli immobili per fermare definitivamente l’aumento dell’aliquota dell’Iva, abbassare le tasse ai redditi più bassi e rifinanziare la cassa integrazione in deroga. Superare l’attuale impostazione della tassa sulla casa, eliminandola sulla prima ma non per tutti, potrebbe in effetti essere il primo punto di accordo tra i partiti. L’intesa prevederebbe di mantenere la tassa solo sulle case di lusso (il 15% degli immobili). Una scelta che impegnerebbe, secondo Fassina, due miliardi, mentre con gli altri si potrebbero finanziare altri interventi non certo meno urgenti. La coperta resta corta, perché le risorse vanno trovate rispettando i vincoli di bilancio. Esentare la maggior parte dei possessori di casa si potrebbe anche ottenere semplicemente, aumentando la soglia della detrazione dagli attuali 200 a 600 euro. Utilizzando questo parametro, peraltro, si potrebbe andare anche oltre l'85% citato da Fassina, arrivando, a togliere l’Imu sull’abitazione principale «al 93,2 % degli italiani».
Fassina fa il berlusconiano «Si evade per sopravvivere»
Il viceministro scopre la realtà italiana nelle stanze del Tesoro: il Paese muore di tasse
