Politica

Ai partiti un assegno da 56 milioni

Via libera della Camera alla ripartizione dei rimborsi elettorali Il MoVimento 5 Stelle vota contro. Al Pdl 18,6 milioni, al Pd 18

In realtà di tratta di un semplice atto formale. Un obbligo di legge che il Parlamento è tenuto a rispettare. Almeno fino a quando non si arriverà all’abolizione dei rimborsi ai partiti. Non a caso la riunione dell’ufficio di presidenza della Camera è durata pochi minuti. Nessun intervento e via libera quasi unanime con l’unico voto contrario (scontato) dei tre rappresentanti del MoVimento 5 Stelle. La notizia, però, arriva sicuramente nel momento meno opportuno. Proprio all’indomani della decisione con cui l’esecutivo, pur garantendone l’approvazione entro l’estate, ha rinviato la discussione sul ddl che abolirà il finanziamento pubblico alle forze politiche. E, visti i tempi, farà arrabbiare più di un italiano. La notizia è questa: Montecitorio ha approvato la ripartizione dei rimborsi elettorali previsti per l’anno 2013. Che ammontano a 56,3 milioni di euro. La quota comprende la prima rata per le spese sostenute per le elezioni Politiche del 24-25 febbraio; per le Regionali di Sicilia, Lazio, Lombardia, Molise, Friuli Venezia Giulia e Val d’Aosta; per le legislature regionali ancora in corso e l’ultima rata riferita alle Europee del 2009. Ai partiti rappresentati alla Camera andranno 48 milioni 664 mila 725 euro così divisi: 18 milioni 674 mila 106 al Pdl; 18 milioni 74 mila 55 al Pd; 5 milioni 479mila 71 alla Lega; 3 milioni 111mila 184 all’Udc; un milione 351 mila 895 a Scelta civica; un milione 123 mila 912 a Sel; 442 mila 868 a Fratelli d’Italia. Il Movimento 5 Stelle non ha presentato la relativa richiesta e, quindi, rinuncerà alla propria quota che ammonta a 4 milioni 189 mila 991. A tutto questo vanno ovviamente aggiunte le somme relative alle elezioni per il Senato che dovranno essere deliberate dagli organismi di Palazzo Madama. La legge prevede che la somma annuale da ripartire tra partiti e movimenti a titolo di contributo pubblico sia complessivamente pari a 91 milioni. Insomma, un bel gruzzoletto. Che, anche se previsto, di certo non contribuirà ad avvicinare i cittadini alla politica. Allo stesso tempo però, secondo l’agenzia di stampa Agi , la Camera starebbe insistendo nel proporre una «cura choc» sul trattamento economico dei parlamentari (non ci sarebbe ancora l’accordo con il Senato). Il piano, che ancora non è arrivata sul tavolo dell’ufficio di presidenza, prevederebbe innanzitutto il taglio della diaria e rendicontazione totale delle spese. L’iter per applicare ulteriori tagli è partito qualche settimana fa, quando i questori di Camera e Senato si sono incontrati a Montecitorio, alla presenza del presidente della Camera, Laura Boldrini, e del presidente del Senato, Pietro Grasso. Ma l’incontro informale è servito più che altro per iniziare la discussione. «La Camera - riferisce un senatore ben informato all’ Agi - è tornata all'attacco, vogliono altri tagli con la scusa che anche il governo ha intenzione di tagliare ulteriormente...». Nel Consiglio dei ministri della prossima settimana, infatti, dovrebbe arrivare il decreto sulla spending review con la nomina del commissario (in pole position c’è l’ex ministro Piero Giarda). Lunedì alla cerimonia del Ventaglio il numero uno di Montecitorio potrebbe riproporre il tema della sforbiciata alla diaria, anche se al Senato - viene sottolineato da fonti parlamentari - ci sarebbero ancora perplessità sulle modalità in cui intervenire. «Negli ultimi anni abbiamo tagliato lo stipendio in media del 13%, mentre i dipendenti solo del 3%», dice uno dei questori della Camera. I tempi per un ulteriore taglio ai costi della politica potrebbero in ogni caso essere lunghi, proprio per la mancanza di un’intesa tra Montecitorio e Palazzo Madama. E lunghi continuano ad essere i tempi dell’approvazione del decreto Fare. Anche ieri l’ostruzionismo dei grillini ha costretto i deputati agli straordinari. Il voto, ha spiegato Boldrini, non arriverà «prima delle 10» di oggi. Ma certo questo rallentamento ha reso ancora più ingolfata la macchina parlamentare che ora sarà costretta a ritmi serrati per dare il via libera a tutti i provvedimenti urgenti in lista d’attesa. Quello sull’ecobonus, ad esempio, scade il 4 agosto e deve anche passare al vaglio del Senato. Così l’ipotesi che circola è che la discussione generale inizi oggi pomeriggio e il governo ponga la fiducia domani con voto domenica. Il problema principale, però restano i grillini che non sembrano avere alcuna intenzione di rinunciare all’ostruzionismo. Ieri il capogruppo del M5S Riccardo Nuti ha proposto una mediazione spiegando che il MoVimento è pronto a fermare l’ostruzionismo sul «decreto Fare» se il governo sposterà il ddl costituzionale a settembre. Maggioranza e «ambasciatori» di Palazzo Chigi stanno lavorando per raggiungere un’intesa. Ma potrebbe essere lo stesso premier, che oggi incontrerà i rappresentanti del M5S, a sbrogliare la matassa.

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