La già nota contrarietà del presidente della Repubblica ad una crisi di governo e ad un nuovo ricorso anticipato alle urne prescinde dal giudizio pesantemente negativo da lui più volte espresso sulla legge elettorale in vigore, il cosiddetto Porcellum. Di cui egli raccomandò inutilmente ai partiti una riforma nella scorsa legislatura richiamandosi a quella specie di pre-bocciatura adombrata dalla Corte Costituzionale per la mancanza di una soglia minima di accesso all'ingente premio di maggioranza, in termini di seggi parlamentari, assegnabile alla lista o alla coalizione più votata. Ma i partiti, si sa, di destra e di sinistra, fecero orecchie da mercante. Il Pd guidato allora da Pier Luigi Bersani era tanto sicuro di vincere sull'odiato Silvio Berlusconi da volersi tenere ben stretto il vantaggio con quel premio a dismisura alla Camera, dove anche con un voto in più rispetto al secondo classificato si conquista quasi il 55 per cento dei deputati. Berlusconi, dal canto suo, era talmente fiducioso di recuperare buona parte delle posizioni perdute nei sondaggi e nei turni elettorali amministrativi, da preferire il Porcellum per i vantaggi che avrebbe potuto garantirgli al Senato, dove i premi di maggioranza sono assegnati a livello regionale e non nazionale. Per cui gli sarebbe bastato aggiudicarsi quelli di alcune regioni chiave come la Lombardia e la Sicilia, per numero di elettori e di seggi, per rovinare la festa all'uomo di Bettola. Cosa che si verificò puntualmente, con effetti moltiplicati un po' per l'esplosione del fenomeno grillino della protesta, risoltosi ai danni soprattutto del Pd, e un po' per l'autorete compiuta dallo stesso Pd e dai neo-centristi, raccoltisi attorno al presidente uscente del Consiglio Mario Monti, arroccandosi nella insensata difesa dell'Imu sulla prima casa. I risultati infruttuosi, anzi paralizzanti, dei risultati delle votazioni politiche di fine febbraio, aggravati dal rifiuto lungamente opposto da Bersani di prenderne atto e trarne le conseguenze, hanno notoriamente portato prima alla conferma di Napolitano al Quirinale e poi al governo delle cosiddette larghe intese. Di cui il capo dello Stato, convinto del carattere emergenziale di fronte ad una crisi economica durissima, sta difendendo a denti stretti la sopravvivenza contro quanti lo contrastano dall'esterno, ma anche all'interno della maggioranza, particolarmente nel Pd. Dove le tensioni congressuali deformano ancora di più la visione dei problemi e dei rapporti politici, in una miscela esplosiva di ambizioni irrefrenabili e di frustrazioni psicotiche. Roba che nessuno più di Napolitano può avvertire e rifiutare, alla sua ormai veneranda età e con la durezza di una lunga militanza politica in un partito come il Pci, da lui stesso avvertito e definito poi come una gabbia per i prezzi che bisognava, volenti o nolenti, pagare agli schemi ideologici. Non deve perciò stupire se il presidente si sia affrettato ieri a rispondere sul Corriere della Sera con il solito puntiglio ai rimproveri sostanzialmente mossigli il giorno prima con una lettera aperta sullo stesso giornale dall'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti per la difesa, o blindatura, del governo in carica. Potrebbe invece stupire a prima vista ch'egli, nel difendere gli attuali equilibri politici dal rischio di una crisi a possibile sbocco elettorale, non abbia motivato la sua contrarietà ad un altro scioglimento anticipato delle Camere tornando a denunciare i vizi e i pericoli della legge elettorale ancora in vigore. Piuttosto, il capo dello Stato, dopo avere avvertito che "di azzardi la democrazia italiana ne ha vissuti già troppi", ha tenuto a indicare come "una delle più dannose patologie italiane" il ricorso alle elezioni anticipate, a prescindere quindi dalle regole via via in vigore. Una pratica, questa delle elezioni anticipate nella storia repubblicana, che risale al 1972, quando vi si fece ricorso pur di evitare, rinviandolo di due anni, il referendum sul divorzio, scomodo anche alla sinistra di allora. In realtà, più ancora che a Bertinotti, il no di Napolitano alle elezioni anticipate risulta alla fine diretto a quella specie di superpartito della sinistra che è diventata la Repubblica di carta. Che proprio ieri chiedeva perentoriamente la modifica della legge elettorale in vigore per liberarsi finalmente del governo delle larghe intese e rimandare il Paese alle urne. Sotto questo aspetto, il no di Napolitano è una conferma rafforzata, non una sorpresa.
Il Pd si rassegni. Per ora non si vota
di Francesco Damato - La già nota contrarietà del presidente della Repubblica ad una crisi di governo e ad un nuovo ricorso anticipato alle urne prescinde dal giudizio pesantemente negativo da lui...