Lui, Ottaviano Del Turco, si paragona a Tortora, un simbolo della malagiustizia. Ma Tortora trovò sulla sua strada aiuto e soprattutto solidarietà. Alla fine ottenne il riconoscimento della propria innocenza. Per Ottaviano Del Turco la sola difesa è nel processo di appello in cui cercherà di ribaltare quel giudizio di condanna pesantissima. Nove anni e mezzo con l'accusa di aver intascato tangenti per sei milioni. Ma di solidarietà e amicizia nemmeno l'ombra. C'è l'incredulità di Marini, anche lui ex sindacalista, ma dalla Cgil, dove Del Turco ha speso una vita e dai vertici del Pd, partito che ha contribuito a fondare, solo silenzio. Nessuno che rilanci le domande e i dubbi che pure ci sono nei giornali di ieri. La prima che rimbalza quasi ovunque è la storia dei soldi. Che fine hanno fatto sei milioni di euro? I conti dell'ex presidente della Regione sono in ordine, le proprietà sono state pagate con liquidazioni e mutui, tutto in regola e documentato. Abile Del Turco a far sparire ogni traccia dei fondi illeciti? Una tesi difficile da comprendere soprattutto dopo una inchiesta lunga e meticolosa che non ha portato a nessun risultato. Restano le dichiarazioni del grande accusatore, il re delle cliniche, Vincenzo Maria Angelini, anche lui nei guai con la giustizia e condannato. Tutto il processo a Del Turco si basa proprio sul grande accusatore. Tutto si basa su ricevute del telepass, su perizie per calcolare il tempo di percorrenza dell'autostrada tra Chieti e Celano andata e ritorno, su qualche scatto fotografico contestato e poco chiaro. Insomma se ci sono dei dubbi da parte degli osservatori, possibile che non ne abbiano alcuno le persone con cui l'ex sindacalista aveva condiviso impegno, fatiche, passioni per una vita. Persone che lo conoscono bene. Insorge un suo amico, Giuliano Cazzola, anche lui un lontano passato nella Cgil, che considera vile il silenzio da parte dell'organizzazione sindacale della Camusso e del leader del Pd, Guglielmo Epifani, che è stato un dirigente della Cgil . Secondo Cazzola, deve la sua carriera proprio a Del Turco che, ai tempi di Luciano Lama, prese il posto di Marianetti, eletto nel Psi, assumendo la carica di segretario aggiunto. In pratica il numero due dopo Lama, il posto riservato alla componente socialista che, con la nascita del Pd, confluì nel nuovo partito. Inoltre Del Turco è stato ministro, presidente dell'antimafia, presidente della giunta abruzzese con una coalizione di centrosinistra. Non un nuovo arrivato, ma un uomo che aveva legami profondi e decennali con i vertici di Cgil e Pd. Possibile che nessuno abbia inteso esprimere e con forza solidarietà? Guardando ad alcune dichiarazioni sul web c'è, in parte della sinistra, ancora un atteggiamento antisocialista, o meglio anticraxiano. Insomma un retaggio per cui chi ha conosciuto Craxi o è stato a lui vicino ha come un virus. Ma questo e altro si legge su Internet, invece probabilmente Del Turco si attendeva qualcosa in più e in modo pubblico dagli amici di una vita. Nel Pd c'è quasi un rituale che si ripete: rispetto per la magistratura, le sentenze non si commentano ecc. Un rituale che però nasconde almeno in questo caso due elementi: uno personale ed è appunto la solidarietà, l'amicizia che non possono venir meno anche di fronte a una condanna. L'altra è poi far finta di credere ciecamente a una giustizia giusta ed esente da errori. Manca il coraggio di entrare nei particolari, di esprimere un proprio punto di vista, quasi la paura di disturbare un potere (quello giudiziario) difeso a oltranza. E questo talvolta appare più un processo politico che una scelta etica perché i veri grattacapi per l'avversario di 20 anni sono arrivati dalle procure più che dai seggi elettorali. Così adesso si può negare solidarietà e comprensione a un proprio esponente per paura di entrare nel gruppo di chi vorrebbe riformare la Giustizia per renderla il più possibile garante di un equo giudizio. Dire o pensare questo vuol dire essere contro la magistratura? Ed esprimere questo auspicio dopo una condanna o semplicemente rendere pubblica la speranza che in appello ci sarà un giudizio diverso è un attacco a uno dei poteri dello Stato? Oppure restiamo ancora a livello più basso, ma dirsi convinti, se lo si è veramente, dell'innocenza di un amico anche dopo una sentenza di condanna non è un gesto doveroso? Ma tutto tace. Del Turco dovrà vedersela da solo. Per Cgil e Pd è solo un ex da dimenticare così a nessun grillino o vendoliano verrà in mente di paragonare Epifani o la Camusso ai berlusconiani. E questo conta di più di un uomo. Perché l'Occidente, l'Europa in particolare, e tra gli europei noi italiani che ce la tiriamo da cinici e disillusi (si sa, abbiamo i gèni dei fasti e delle cadute della Roma antica), ci stiamo così immedesimando nella nascita del Royal Baby? Quale messaggio ci trasmette quel principino venuto al mondo al Saint Mary's Hospital, al di là della grandiosa capacità dell'Inghilterra di solennizzare, commercializzare ma rendere universali e trasversali ogni tipo di cerimonia di Stato, battesimi e matrimoni, funerali e jubilees? La Gran Bretagna e gli Windsor non sono immuni dai problemi che riguardano noi del continente. L'austerity morde anche lì, e sono ancora recenti la tragedia di Diana, le nozze Carlo-Camilla con i loro strascichi. Né mancano tra noi quelli che alzano il dito: «Ma chi se ne frega con tutti i problemi del mondo. Roba da rotocalchi». Ecco, il punto è proprio qui. Da tempo i fatti reali, specie britannici, hanno abbandonato le copertine dei settimanali "rosa" per trovare cittadinanza in un'opinione pubblica più ampia, più informata, più giovane. Abbiamo detto dell'attitudine inglese di popolarizzare gli eventi di palazzo. Aggiungiamo la loro altrettanto leggendaria partecipazione a tutto ciò che riguarda le istituzioni e l'unità nazionale: è così non solo per i reali, lo fu per Churchill, la Thatcher, per Tony Blair. L'Inghilterra è multietnica e politicamente divisa, ma ogni volta si unisce intorno ai propri soldati, alla Union Jack, alla sterlina. Ed a Buckingham Palace. Neppure gli Usa ci riescono, dove pure le stelle e strisce, le forze armate e il dollaro sono simboli non discutibili. Ma la Casa Bianca è di parte, gli Windsor di tutti. Questo però vale per oltre Manica. E di qua? Se guardiamo all'Europa, c'è un'istituzione, un personaggio, una storia capace di far sognare? Abbassiamo le pretese: di strappare almeno un sorriso? Forse i burocrati di Bruxelles? Angela Merkel? La cappa plumbea che incombe sull'euro, i bollettini implacabili della Bce e di Eurostat indurrebbero piuttosto a darsela a gambe e tuffarsi in una Londra non perfetta, che taglia egualmente quel welfare inventato da Lord William Henry Beveridge, ma che ogni volta si reinventa e si rilancia. Se i nostri governanti di qua dal "canale" vengono definiti dall'Economist "Sleepwalkers", Sonnambuli, se una corte tedesca mette sotto indagine il capo della Bce per attentato al rigore, la Bank of England va al contrario a ingaggiare in Canada il nuovo governatore, Mark Carney, scelto come erede del leggendario Mervyn King per l'attitudine a far circolare il denaro. Questo si chiama pragmatismo, saper scegliere: doti che il resto d'Europa ha smarrito da tempo. L'Italia, poi. Mentre David Cameron ha ridotto la spesa riportando il segno più alla voce Pil, e questo grazie agli investimenti (compresi quelli che mutano continuamente lo skyline di Londra) e al contenimento delle tasse, da noi il "governo del fare" non taglia la spesa, non taglia le tasse, rinvia. Non solo. I nostri politici fanno a gara nel profetizzare disastri e default. A funestare il weekend, come ha osservato Sarina Biraghi, era stato il guru Cinque Stelle Casaleggio. Ora ci si mette il ministro Graziano Delrio: «L'autunno sarà difficilissimo, la situazione è al limite della rabbia». Ma vi pare? Certo, anche Churchill presentando nel 1940 il gabinetto di guerra contro Hitler offrì all'Inghilterra «sangue, fatica, lacrime e sudore». Ma in cambio di cosa? «Posso rispondere con una parola. È la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché senza vittoria non c'è sopravvivenza». Più banalmente, disse l'ex re egiziano Faruk, «Un giorno resteranno solo cinque regnanti. Quelli delle carte e il re d'Inghilterra». Ecco perché ci emozioniamo per il Royal Baby; così come abbiamo seguito la saga di Downton Abbey e applaudito "Il discorso del re". Ci sentiamo privati dell'orgoglio, e invidiamo chi ce l'ha.
Compagni di un ex da dimenticare Ci manca l’orgoglio inglese
di Giuseppe Sanzotta - Lui, Ottaviano Del Turco, si paragona a Tortora, un simbolo della malagiustizia. Ma Tortora trovò sulla sua strada aiuto e soprattutto solidarietà. Alla fine ottenne il...