Politica

Il Pd chiede a Letta un po’ d’ossigeno

Epifani vuole il rimpasto per contenere la rabbia dei suoi: accontentato solo il Pdl

È tutta una questione di «ossigeno». Il Pd ne ha dato un po’ al governo salvando il ministro dell’Interno Angelino Alfano dalla mozione di sfiducia presentata dall’opposizione. Non è stata una scelta facile, né indolore. Lunghe discussioni, voti a maggioranza, «dissidenti» che se ne fregano, spaccature che si acuiscono. Il capogruppo democratico a Palazzo Madama, Luigi Zanda, ha sintetizzato il «tormento» del partito con una formula che non è proprio un capolavoro di chiarezza: Alfano non ha più la nostra fiducia ma ce l’ha il governo. Ergo votiamo contro le mozioni che lo metterebbero in crisi. Ora però, Enrico Letta deve dare un po’ di «ossigeno» al suo partito. Che non può più permettersi di fare lo sparring partner incassando colpi su colpi e facendo diventare più forti gli avversari del Pdl. C’è bisogno di un segnale. Anche perché la base non ne può più. E i dirigenti democratici non hanno alcuna voglia di immolarsi davanti alle platee delle feste dell’Unità che si stanno celebrando in tutta Italia. Da qui la richiesta del segretario Guglielmo Epifani. «Serve un governo più forte - dice intervistato da Repubblica -. Serve un governo più solido». In condizioni normali si parlerebbe di «rimpasto». Ma la fase è così delicata che Epifani preferisce non usare il termine: «Non è questo il punto. Non ne faccio un problema di nomi. L’importante è un rafforzamento dell’esecutivo». Una frase che lascia ampi margini di manovra anche se è chiaro che l’obiettivo resta Alfano. È lui il ministro «dimezzato», screditato. Zanda lo ha detto: deve lasciare una delle tre poltrone che occupa. Meglio se quella del Viminale. Ma non può essere il solo. «In quel caso - dice un esponente democratico - sarebbe un "rimpiazzo" non un rimpasto». Letta non sarebbe contrario in linea di principio. Gli servirebbe anche per spostare l’attenzione dalle cose (poche) che il governo sta facendo. Dalla strategia del rinvio e dalla difficoltà a mettere in campo misure che possano rilanciare l’economia (per non parlare delle riforme istituzionali e della legge elettorale). E al Nazareno c’è chi commenta utilizzando la celebre massima del presidente americano Harry Truman: «Se non li puoi convincere, confondili». Purtroppo lungo la strada che porta al «rimpasto» ci sono già tre macigni, forse insormontabili. Il primo è Silvio Berlusconi che non ha alcuna intenzione di mollare il suo ministro. Soprattutto per non depotenziare il Pdl che finora ha recitato un ruolo di primo piano all’interno della maggioranza. Da qui la reazione dei big del partito (da Renato Brunetta e Fabrizio Cicchitto, passando per Mara Carfagna e Mariastella Gelmini) che hanno subito accusato Epifani di voler indebolire il governo. Il secondo è la parte del Pd che siede al governo e non vuole riaprire la trattativa interna. Non a caso il ministro Dario Franceschini boccia l’ipotesi: «Nessun rimpasto all’orizzonte. Il governo si rafforza dando risposte ai problemi drammatici degli italiani non dibattendo di un presunto rimpasto che nessuno ha mai chiesto e che accentua quel senso di instabilità politica in grado, come ha detto il Governatore Visco, di frenare la ripresa». E così arriviamo al terzo ostacolo. Forse il più ostico da superare: Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica è stato chiarissimo. Nessuno può permettersi di mettere in crisi il governo. Un rimpasto sarebbe il modo migliore per creare fibrillazioni che, quasi sicuramente, spingerebbero in quella direzione. Così al Quirinale non vogliono nemmeno sentirne parlare. Almeno per ora. La «variabile Cassazione» potrebbe riaprire il discorso. E aiutare il Pd ad avere un po’ d’«ossigeno».

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