A Matteo Renzi debbono essere fischiate le orecchie mentre il presidente della Repubblica, nel consueto incontro del ventaglio con la stampa parlamentare, ammoniva duramente ieri i manovratori della crisi e blindava il governo di Enrico Letta. Anche se il giovane e troppo scalpitante sindaco di Firenze formalmente lo nega, è stato o è diventato lui negli ultimi tempi a sinistra il punto vero d'incrocio e di riferimento dei malpancisti delle cosiddette larghe intese. Lo è diventato anche a costo di ritrovarsi in sintonia con settori esterni e interni al Pd che nei giorni delle primarie per l'inutile corsa elettorale a Palazzo Chigi sembravano da lui distantissimi. In verità, già prima che Giorgio Napolitano invitasse dal Colle i malintenzionati a non fare affidamento sulla sua rassegnazione per cambiare, di fronte ad una crisi, il quadro politico così faticosamente realizzato a fine aprile, il buon Renzi fingeva ieri, in una intervista alla Stampa, di essere consapevole di non potere succedere in tempi brevi all'attuale presidente del Consiglio. Ma, appunto, fingeva. In realtà, tutte le sue ultime mosse e iniziative, anche quelle rientrate al Senato, dopo il monito di Napolitano, contro il ministro dell'Interno e vice presidente del Consiglio Angelino Alfano sull'onda del pasticcio kazako, sono risultate a dir poco destabilizzanti. Ora Renzi sa bene che non solo non ci sarà la crisi, ma che se disgraziatamente vi si dovesse veramente arrivare prima del "cronoprogramma di 18 mesi" di Letta ricordato ieri dallo stesso capo dello Stato, a tutti si penserebbe sul Colle fuorché a lui. Sarebbe più probabile un secondo governo Letta, o il suo rinvio alle Camere, e persino il ritorno del pur ammaccatissimo Mario Monti, che una promozione del sindaco di Firenze. Il quale perse l'occasione di Palazzo Chigi nella scorsa primavera, quando Napolitano cercava l'uomo adatto per le larghe intese. La perse non tanto per un veto di Silvio Berlusconi, se mai vi fu davvero, come lo stesso Renzi vittimisticamente disse a destra e a manca, ma per i limiti dimostrati come aspirante leader. I limiti di un politico tanto spavaldo in apparenza quanto incerto e opportunista nella realtà. Un politico, per esempio, capace di sfottere, giustamente, Bersani sui giornali per l'inutile corteggiamento ai grillini, ma non di contestarlo davvero nelle sedi proprie del partito, neppure quando l'allora segretario si presentò alla direzione per tirare le somme del suo lavoro di presidente pre-incaricato. Renzi allora preferì, come un doroteo di ultima fila della Democrazia Cristiana degli anni Sessanta, accampare i soliti altri e improrogabili impegni di sindaco per tenersi alla larga dal passaggio più impegnativo della crisi. E il povero Napolitano fu costretto a subire il rifiuto di Bersani di rinunciare formalmente all'incarico. Un rifiuto che consentì di parlare nel Pd di "congelamento" della crisi, finalizzato a scavalcare le ormai improrogabili votazioni parlamentari per l'elezione di un successore di Napolitano disposto ad assecondare, nonostante l'emergenza economica, l'avventuroso progetto di un governo minoritario antiberlusconiano appeso agli umori di Beppe Grillo. Le cose per fortuna andarono diversamente. Il piano di Bersani, culminato nella candidatura di Romano Prodi al Quirinale, fallì miseramente. E lo stesso Bersani, spaventato dai guasti che era riuscito a produrre, dovette supplicare Napolitano, già alle prese con il trasloco di casa e di ufficio, a farsi confermare. Naturalmente alle condizioni di "Re Giorgio". Con questi precedenti, è semplicemente inimmaginabile che Renzi, per giunta passato nel frattempo ad un'azione di continuo disturbo del governo Letta, possa incantare il capo dello Stato. E neppure gli elettori, quando dovranno pronunciarsi.
Re giorgio non si fa incantare
di Francesco Damato - A Matteo Renzi debbono essere fischiate le orecchie mentre il presidente della Repubblica, nel consueto incontro del ventaglio con la stampa parlamentare, ammoniva duramente...