Politica

I democratici obbediscono Epifani: «Diremo no alla sfiducia»

Civati contro Franceschini: «Minaccia di espellere chi non si allinea»

Reggerà o non reggerà il fragile compromesso trovato dal Pd? All’aula del Senato l’ardua sentenza. Ciò che è certo, però, è che se oggi qualcuno dovesse smarcarsi dalla posizione ufficiale del partito, si rischierebbe di assistere a un nuovo psicodramma, stavolta forse anche peggiore di quello dello scorso 19 aprile, quando 101 franchi tiratori affondarono la corsa di Romano Prodi al Quirinale. Sì, perché stavolta i Democratici non arrivano «impreparati» all’appuntamento. Sulla mozione di sfiducia presentata contro Alfano per il «pasticcio kazako», al voto dalle 12.30 al Senato, si è spesa una tesissima riunione del gruppo al Senato. Non come quando, di fronte alla richiesta di sospensione dei lavori alla Camera avanzata dal Pdl la scorsa settimana, il tumultuoso svilupparsi degli eventi permise a una ventina di deputati di smarcarsi senza pagarne le conseguenze. Alla fine i senatori Pd hanno votato per il no alla sfiducia. Decisione raggiunta quasi all’unanimità (sette astenuti su una novantina di presenti) e di fatto inevitabile dopo le dure parole pronunciate in mattinata da Napolitano. Oggi, quindi, il Pd non dovrebbe far mancare l’appoggio al ministro dell’Interno Alfano e, di conseguenza, garantirà la tenuta del governo. Ma alla decisione si è arrivati in un clima di tensione crescente, coi renziani che fino all’ultimo hanno tentato di far prevalere la strada della rottura. A testimoniare il clima di scontro le parole del segretario Guglielmo Epifani - un capolavoro di equilibrismo - con le quali si annuncia il no alla sfiducia ma al tempo stesso si attacca il ministro: «L’assemblea del gruppo ha ritenuto che il governo debba andare avanti - ha spiegato l’ex leader della Cgil - e quindi voteremo contro la sfiducia. Ma per chiarezza verso il Paese si ritiene che questa vicenda ha aperto parecchi interrogativi, evidenziando nebbie e problemi sull’organizzazione di tutta la macchina della sicurezza italiana. Questo deve essere il tema centrale delle prossime settimane». Un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma l’importante è che l’ennesimo ostacolo stia per essere superato. Le tensioni, però, restano tutte. Fin dalla mattina le dichiarazioni di diversi esponenti preannunciavano battaglia. Il deputato renziano Giachetti difendeva il sindaco: «Renzi viene massacrato ma ha semplicemente detto la stessa cosa di Cuperlo, Finocchiaro e Bindi. Il tema se sia necessario che un ministro si assuma la propria responsabilità e si dimetta, se non ha detto la verità, riguarda tutti. Non è che se uno solleva il problema è perché deve ammazzare il governo». I tredici renziani di Palazzo Madama, invece, affilavano le armi proponendo un nuovo compromesso: il Pd non avrebbe dovuto votare la mozione di sfiducia di Sel e M5S, ma presentarne una propria. All’inizio dell’assemblea le posizioni sono quantomai distanti. Tra i più infervorati nel rivendicare le ragioni del no il ministro per i Rapporti col Parlamento Dario Franceschini: «Dentro questo governo ci si sta in squadra - attacca - e in questo percorso la faccia o ce la mettiamo tutti o non ce la mette nessuno». «È spiacevole che ci sia chi ci mette la faccia - continua Franceschini - e chi invece si distingue ogni giorno dicendo "io farei così o cola". Tanto c’è sempre chi si sporca le mani». Per il ministro, «questo voto è un fatto politico. Le opposizioni fanno il loro mestiere. Si risponde con un altro fatto politico, il sostegno al governo». Il discorso decisivo, però, lo pronuncia Stefano Esposito: «Anch’io come molti penso che Alfano si debba dimettere e voterei dunque la di sfiducia - spiega - ma se il gruppo di cui faccio parte mi assicura che voteremo tutti contro la sfiducia ad Alfano, allora io mi adeguo. Se invece ognuno fa come vuole, allora anch’io voto per la sfiducia. Dopo di che mi autosospendo dal Pd e pongo il problema politico: siamo ancora o non siamo più un partito?». L’applauso, però, scoppia quando, rivolto ai renziani, conclude veracemente il suo ragionamento: «Mi hanno stufato quelli che fanno i froci con il culo degli altri». Si va al voto. Il fronte dei renziani si spacca. Dei tredici «dissidenti» si astengono solo in tre: Collina, Marcucci e De Monte. A completare la pattuglia dei non allineati tre «non renziani»: Casson, Puppato e Tocci. «Ho accolto l’appello di Napolitano ed Epifani a non mettere a rischio il governo - spiega un fedelissimo del sindaco, Stefano Lepri - ma domani il capogruppo Zanda esprima almeno una forte censura nei confronti di Alfano, per una vicenda che ha messo in ridicolo l’Italia e in pericolo due innocenti». Zanda, dal canto suo, si limita all’ottimismo: «Ci saranno espulsioni in caso di voto in dissenso? Non ci saranno voti in dissenso». Tutto finito? Nient’affatto. Perché se c’è ancora chi, come il senatore Francesco Verducci, auspica che «Alfano rimetta le deleghe» per evitare la conta sulla mozione di sfiducia, a provocare nuove tensioni è il durissimo attacco che Giuseppe Civati riserva proprio a Franceschini: «Il ministro ha detto che chi non voterà a favore di Alfano deve andarsene dal Pd. Sapevatelo. Se alla Camera si votasse, mi espellerebbero, dunque» scrive il deputato sul suo blog. La reazione di Franceschini non si fa attendere: «Adesso sono stanco di falsità e discredito interessato - è la sua replica - alla riunione dei senatori Civati non c’era e mi accusa di avere minacciato espulsioni. Cosa falsa che non ho detto né pensato. Mi aspetto rettifica e scuse immediate da Civati». Scuse che però non arrivano. Anzi il deputato milanese rincara la dose: «La realtà è sotto gli occhi di tutti. Questa sera non parteciperò alla riunione del gruppo alla Camera, in cui Epifani viene a riferire di una decisione già presa. Non ha senso discuterne» conclude. Alla fine, per chiudere la polemica, interviene il gruppo del Senato con una nota ufficiale: «L’accusa dell’onorevole Civati al ministro Franceschini non ha alcun fondamento e risulta francamente pretestuosa». Appuntamento alla prossima puntata.

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