Politica

Lo sfogo degli «sciacalli»: così il Pd muore

SpaccaturaAnzaldi, tra i firmatari della lettera dei renziani: «Nel Paese il partito è finito Non siamo stati capaci di spiegare le nostre scelte. Così ci logoreremo a poco a poco»

«Il Pd è ferito. Non qui dentro, nel Parlamento, qui in fondo riusciremo a cavarcela. Ma è fuori, nel Paese, che siamo malmessi". Michele Anzaldi è provato. Da due giorni è nel mirino. Mercoledì la base è insorta contro il voto del Pd a favore della sospensione dei lavori in Parlamento. Il giorno dopo sono stati i «governisti» del Pd a prenderlo di mira per la lettera con la quale lui e altri 9 parlamentari democratici hanno chiesto «un chiarimento al partito». Ma lui non ci sta a finire nel tritacarne di un Pd allo sbando. «Vuole sapere com’è andata? Le dico tutto. Ieri (mercoledì, ndr) siamo arrivati in Parlamento e c’era il finimondo. Brunetta minacciava di bloccare i lavori per tre giorni, Galan e Santanché annunciavano la caduta automatica del Governo. Sarebbe questa la persona che dobbiamo votare vicepresidente della Camera?». In quegli attimi concitati, stando al racconto di Anzaldi, nel Pd non sanno che pesci prendere. «Siamo andati in Aula - spiega - senza avere un’indicazione. C’era stato un semplice ufficio di presidenza.Per noi "renziani" c’era solo Silvia Fregolent. I capigruppo hanno messo la questione in questo modo: "Ci hanno chiesto tre giorni, gli concediamo solo due ore". Sembrava si trattasse di una semplice proroga, di una cosa per la quale non si dovesse neanche votare. In Aula, invece, è successo il finimondo». In Aula, cioè, il Pd decide di votare a favore della sospensione dei lavori. Ma una parte consistente di deputati dem non partecipa. «A me non aveva detto niente nessuno - racconta Anzaldi - disorganizzazione completa. Io sono un deputato di prima nomina, quando ho saputo l’indicazione del partito mi sono attenuto. Gli altri, più smaliziati, appena compreso lo scenario si sono alzati per andare via». In un momento la base esplode. I social network, le mail dei parlamentari, il sito del Pd, sono sommersi di insulti. «Così abbiamo deciso di scrivere la famosa lettera. Non per fare polemica, ma per essere costruttivi. Chiedendo che ci sia maggior confronto quando si verificano "emergenze" simili. Abbiamo gestito una situazione eccezionale con un normalissimo ufficio di presidenza. La verità è che abbiamo completamente fallito sul piano comunicativo. Bisognava fare una riunione e mandarla su internet. La gente avrebbe visto che c’era stato dibattito, spaccatura, sofferenza. Avremmo potuto dire: "Bisogna votare sì per salvare il governo, per non far aumentare l’Iva". Niente di tutto ciò. La lettera ha avuto il merito di trasmettere all’esterno questa lacerazione. Almeno i tg non hanno mostrato l’immagine di Pd completamente appecoronato agli interessi di Berlusconi. Non abbiamo fatto male al partito. Forse, l’abbiamo salvato». Poi a far ripiombare il malumore nel partito è scoppiata la grana Orfini. Per il Corriere della Sera l’ex membro della segreteria bersaniana avrebbe dato della «merda» a Gentiloni. «Una cosa incredibile» attacca Anzaldi. «Tu vedi che il primo giornale d’Italia scrive una cosa del genere e non dici una parola? È stato come se Orfini avesse voluto vantarsene davanti al Paese. Solo davanti a una richiesta di chiarimento da parte di 13 deputati, Orfini decide di parlare, ma non smentisce di aver detto "merda" e conferma di considerarlo uno "sciacallo". A un tuo compagno di partito? A un ex ministro? Cosa penseranno gli italiani? Non hanno niente da dire Zanda e Speranza?». I vertici finiscono sotto accusa. Ma Anzaldi non vede errori in quanto accaduto. Peggio: «Per me c’è stata furbizia. Hanno pensato di derubricare come routine una giornata eccezionale. Bisognava comportarsi come avevamo fatto per gli F35 o con la mozione Giachetti sul Porcellum. Bisognava riunirsi, discutere e trovare la sintesi. Invece hanno cercato di farla passare sotto silenzio. Sperando che i deputati non se ne accorgessero. E infatti se ne sono accorti solo in 20. Ma il problema è che il Paese ci ha visto». La soluzione, per Anzaldi, non sta nel congresso anticipato. «Il problema è che, mentre noi parliamo del congresso, possiamo morire per tante altre cose. Penso agli F35, all’ineleggibilità di Berlusconi. O all’economia. Il Cavaliere ci chiederà di abolire l’Imu ai miliardari e contemporaneamente gli operai non avranno la cassa integrazione. A lui conviene non far cadere il governo, ha capito benissimo come logorarci. Noi abbiamo bisogno di una cabina di regìa coi big del partito che gestisca emergenze del genere. Qui anche per fare una semplice nomina in una commissione si ascoltano tutte le correnti, e le scelte vengono fatte in base a questi equilibri e non i base ai meriti, è tanto difficile stabilire che le decisioni più importanti vanno prese dopo aver consultato chi ha veramente esperienza e rappresentatività?». A noi renziani, sembra far intendere Anzaldi, sarebbe bastato un confronto motivato per attenersi alla disciplina di partito. «Non tanto per noi, ma per giusticare la scelta all’esterno». A Renzi Anzaldi dedica l’ultima insofferenza: «Oggi, nonostante la rivolta nella rete, in un sondaggio del Tg3, Renzi è al 59% (+ 2%) e invece di chiedersi come sfruttare l’occasione, il Pd sembra pensi solo a parlarsi addosso senza tenere conto del mondo esterno».Poi interrompe il colloquio: «Devo andare, 85 voti oggi, non c’è tempo neanche per la pausa pipì». Sì, perché nonostante tutto la legislatura va avanti. «Il governo non è caduto, il Pd sì».

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