Politica

L’udienza e i coperchi del diavolo

di Francesco Damato - È proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La pentola è l'udienza-turbo fissata per il 30 luglio dalla Cassazione, in sezione feriale, sul ricorso dei...

È proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La pentola è l'udienza-turbo fissata per il 30 luglio dalla Cassazione, in sezione feriale, sul ricorso dei difensori di Silvio Berlusconi contro la condanna milanese in appello per presunta frode fiscale a 4 anni di carcere e 5 di interdizione dai pubblici uffici. Un'udienza annunciata l'altro ieri, poche ore dopo che il Corriere della Sera aveva pubblicato un dettagliato articolo di cronaca giudiziaria in cui si riferiva che con i tempi usuali della Corte, potendosi prevedere l'udienza in autunno o ancora più in là, una prescrizione parziale avrebbe praticamente dimezzato la condanna detentiva e cancellata l'interdizione. Ma lo stesso Corriere della Sera, in un sussulto di resipiscenza professionale, anche a costo di avvalorare i sospetti subito avvertiti da Berlusconi e di annacquare l'acume da scoop del suo cronista giudiziario, ha ammesso e dato una notizia che fornisce una chiave più autentica di lettura o interpretazione del calendario del Palazzaccio. "L'imminenza della prescrizione - si leggeva ieri a pagina due del Corriere - è stata segnalata alla Cassazione il primo luglio con un fax degli uffici giudiziari di Milano". Non è stato quindi il giornale ambrosiano di via Solferino a obbligare in qualche modo la Cassazione ad applicare il turbo al processo, a scapito della difesa dell'imputato e dei già precari equilibri politici, come si è visto ieri nelle arroventate aule parlamentari, ma un fax di imprecisati "uffici giudiziari di Milano". Un fax che le solite manine hanno fatto evidentemente pervenire, in copia o in sintesi, alla testata o al giornalista adatto allo scopo. Che di suo quindi sembra avere messo ben poco, essendo stata la polpetta confezionata altrove. Il ruolo da detonatore svolto da quel fax, di cui a questo punto sarebbe doveroso indicare la provenienza precisa, tra Procura della Repubblica, Corte d'Appello e quant'altro di marca ambrosiana, si trova in qualche modo confermato in una precisazione del presidente della Corte di Cassazione. Che ha spiegato, o fatto spiegare ieri dai suoi uffici, che l'accelerazione della discussione del ricorso, essendo in gioco i termini della prescrizione segnalati da Milano, è diventata una necessità inderogabile, addirittura "a pena di responsabilità anche di natura disciplinare". Ma pure in questa precisazione della Cassazione, dove si è persino temuto - ripeto - di doverne rispondere disciplinarmente al Consiglio Superiore della Magistratura, si ripete il gioco della pentola fatta dal diavolo senza il coperchio. La stessa Cassazione infatti ha finito per mettere in dubbio l'esattezza dei calcoli milanesi dei tempi di prescrizione. Lo ha fatto adombrando o assicurando alla difesa giustamente "esterrefatta" di Berlusconi, per ripetere un aggettivo usato dall'avvocato e professore Franco Coppi, la disponibilità a darle più tempo, una volta cominciata l'udienza del 30 luglio, se saprà opporre conteggi più congrui dei tempi di prescrizione. Che incombono soprattutto sulla parte della condanna d'appello relativa alla frode fiscale sui diritti televisivi di Mediaset contestata per l'anno 2002, essendo quella più modesta del 2003 prescrivibile nell'estate del 2014. Da questo gioco di annunci, precisazioni e notizie tardivamente date o ammesse, a parte la conferma della natura quanto meno spasmodica dell'attenzione riservata dai magistrati milanesi a Berlusconi, dei cui processi non cessano d'occuparsi anche quando escono dalla competenza dei loro uffici, si ricava anche il quadro di un inquietante assedio alla Corte di Cassazione. E, più in particolare, al suo presidente Giorgio Santacroce ancora fresco in qualche modo di nomina, avvenuta l'8 maggio scorso nel Consiglio Superiore della Magistratura con una maggioranza indigesta a certa sinistra giustizialista: 13 voti, fra i quali quattro dei cinque consiglieri laici di centrodestra, contro i 9 andati al concorrente Luigi Rovelli. È un presidente che, a quanto pare, non porta la croce soltanto nel nome. Gli antiberlusconiani di varia natura, laica e togata, pensano forse di poterlo intimidire, speriamo senza riuscirvi, essendo in gioco non solo il destino di un uomo, Berlusconi, e di una politica, ma anche quel poco che rimane della Giustizia.

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