Da piazza Taksim a Istanbul a piazza Tahrir al Cairo sta prendendo forma, fuori dalla stagione democratica intravista dall'Occidente in forme e tempi diversi, un "inverno islamico" che rischia di gelare definitivamente le speranze sfiorite nel Mediterraneo con il repentino tramonto delle cosiddette "primavere arabe". Non sarà stato il contagio siriano a far esplodere la dura contestazione contro Erdogan e contro Morsi, resta il fatto che la polveriera di Damasco, con relative infiltrazioni qaediste, ha messo sull'avviso tanto i turchi minacciati da un processo di islamizzazione autocratica che gli egiziani dominati dai Fratelli musulmani e dai salafiti a reagire prima che la situazione degenerasse. Se a Istanbul sembra stabilizzarsi il rapporto tra il popolo ed il potere, al Cairo va crescendo di giorno in giorno il rischio di un gigantesco bagno di sangue il cui "assaggio" lo si è avuto lunedì mattina quando i Fratelli musulmani hanno attaccato una caserma ed i militari hanno fatto fuoco sugli assedianti uccidendo trentacinque persone. Poche ore prima, in circostanze non precisate, due persone erano state gettate giù da un tetto ad Alessandria: uno è morto. I feriti e gli arrestati si contano a centinaia in tutto il Paese. Mentre si attende la nomina del nuovo premier che potrebbe essere Ziad Bahaa El-Din, invece di El Baradei sponsorizzatissimo dalle cancellerie occidentali che potrebbe diventare vice-presidente ad interim, nonostante l'opposizione dei salafiti, per l'ennesima volta i militari hanno preso in pugno il Paese. A differenza del passato, comunque, quando dalle loro file emersero uomini capaci di governare l'Egitto quali Nasser, Sadat e Mubarak (quest'ultimo almeno fino a quando non instaurò un regime autocratico fondato sulla corruzione), nella presente occasione è difficile che dalle forze armate possa venir fuori una leadership se non amata almeno necessariamente subita per arginare la violenza degli islamisti. Infatti, quando il generale Abdel Fattah al-Sisi, capo dei militari e ministro della Difesa, già stretto sodale di Mubarak, ha cercato di incanalare la protesta verso sbocchi non cruenti, ha avuto bisogno di mettersi al fianco i leader religiosi copto e sunnita. Quest'ultimo particolarmente influente non soltanto come rettore dell'università di Al-Ahzar, ma anche come successore del carismatico imam Al Tantawi. In Turchia, invece, contrariamente a quanto si poteva ipotizzare, i carri armati sono rimasti nelle caserme, ma i militari, secondo una consolidata tradizione, vigilano affinché il processo di contestazione all'islamizzazione non sfoci in una guerra civile. Insomma, sulla linea mediterranea che da Istanbul porta al Cairo ed attraversa Damasco, lambendo le inquietudini israeliane che non si sono placate dopo l'elezione di Rohani a presidente della repubblica iraniana che non sembra abbia intenzione di interrompere il rifornimento di armi a Hezbollah, si dipana il filo di terrore che allarma l'area nella quale si sono intensificati da mesi movimenti della flotta russa che, curiosamente, non sembrano destare preoccupazioni in Europa. È probabile che i responsabili della politica di difesa e di sicurezza dell'Unione non abbiano ancora realizzato come l'impatto dell'"inverno islamico", ben presente a Putin, possa farsi sentire sui nostri Paesi alimentando i rischi di una "colonizzazione" jihadista nel cuore del Mediterraneo con tutte le conseguenze immaginabili. Quindi rendendo più precari gli scambi commerciali con nazioni quali l'Egitto. E inoltre favorendo l'espansione di dinamiche estremiste in Tunisia, Libia e Algeria dove presenze qaediste in particolare sono state denunciate più volte. L'Egitto, se dovesse ritornare nelle mani dei Fratelli musulmani e dei salafiti alla fine di uno scontro cruento che è solo agli inizi, certamente sarebbe ideale la base dove tentare la sperimentazione di un "califfato" mediterraneo. Ecco perché la Turchia incoraggiando l'islamizzazione e tradendo lo spirito laico che l'ha contraddistinta dal tempo della rivoluzione kemalista, potrebbe indirettamente favorire forme di esasperato antieuropeismo che non tarderebbero a saldarsi con quelle più estremiste arabo-musulmane. Il bacino mediterraneo, insomma, è nuovamente in allarme.
I rischi di un «inverno islamico»
di Gennaro Malgieri - Da piazza Taksim a Istanbul a piazza Tahrir al Cairo sta prendendo forma, fuori dalla stagione democratica intravista dall'Occidente in forme e tempi diversi, un "inverno...