Politica

«Più idee e meno litigi Così si ricostruisce Fi»

Cicchitto: «Basta parlare di nomi e incarichi Recuperiamo il rapporto con i cittadini»

«Confronto». È questa la parola d’ordine che il deputato Pdl, ex capogruppo a Montecitorio, e oggi presidente della Commissione Esteri, Fabrizio Cicchitto, pone ai colleghi del Pdl. Tornare a Forza Italia non può, e non deve, essere soltanto un cambio di nome ma un progetto politico in grado di superare le criticità del Pdl e di cogliere quel consenso elettorale entrato in crisi nelle elezioni locali. Onorevole Cicchitto, il Pdl è nato con l’ambizione di unificare culture diverse ma affini, a cinque anni si sta certificando il suo fallimento, quali le cause secondo Lei? «Occorre fare un passo indietro e ricordare che il Pdl è nato su iniziativa di Silvio Berlusconi. A quel tempo ci fu un’articolata discussione, ufficiale e non, soprattutto sull’unificazione con An. Io e Schifani proponemmo dei patti federativi, uno tra Fi e An e uno tra Fi e Udc. Una tesi che fu però superata di colpo con il famoso discorso del predellino e dall’intesa con Fini. Vista retrospettivamente quei patti ci avrebbero escluso dalla crisi che ha poi coinvolto Fini e An». Lo strappo con Fini, la "litigiosità" tra gli ex An sono dunque le cause del fallimento del Pdl? «Data l’eterogeneità della storia di An e Fi, per non far esplodere la conflittualità interna si decise di stabilire gli equilibri del partito unico con il 70% a Fi e il 30 ad An, questo ha evitato lo strappo interno tra i due partiti. Non è bastato però ad evitare quello tra Fini e Berlusconi che deriva anche dalle contraddizioni tra Fini e i suoi "colonnelli", ovvero Gasparri-La Russa, Matteoli e Alemanno. An è sempre stata una e trina, composta da tre correnti strutturate al loro interno quasi come partiti autonomi. Il problema non era solo Fi o solo An, ma la riproposizione continua di queste tre correnti. Il contributo di An nel rapporto territorio-partito è stato dunque fortemente influenzato da questo. Dall’altra parte però è anche vero che il 70-30 ha forse irrigidito e burocratizzato troppo il Pdl. Va detto però che l’esperienza dei congressi e del tesseramento è stata positiva, basti pensare che il tesseramento portò 13 milioni di euro e che ci fu una fase congressuale assai vivace». Archiviare il Pdl significa proporre un modello di partito nuovo, diverso, sul quale tuttavia sembra non esserci una linea definita. «Sento parlare di Fi da persone che non ci sono mai state. Io ne sono stato il vicecoordinatore nazionale e sento cose davvero inaccettabili. Fi ha una ricchezza originaria che non può essere rappresentata con versioni semplificate. Ho sentito parlare di grandi imprenditori da coinvolgere, che poi hanno detto di no; di piccoli e medi imprenditori che oggi hanno ben altro a cui pensare e che possono essere magari dei validi candidati ma è difficile che si mettano a dirigere un partito. Su questo occorre essere molto attenti». Il modello sul quale creare un nuovo partito tuttavia non può prescindere dal problema dell’abolizione del finanziamento pubblico. Un atto che condiziona di fatto la natura stessa dei partiti, non le pare? «Due sono i criteri che secondo il mio avviso devono essere fondanti nell’ottica di un nuovo partito: il fund raising e il tesseramento. Il primo va fatto con grande attenzione, non si può pensare di affidarlo a una singola persona per ogni singola regione, e il tesseramento va fatto seguendo il principio di una tessera un voto, scongiurando il rischio di far tesserare anche i defunti. Se aggiungiamo a deputati e senatori nominati dall'alto a seguito del sistema elettorale vigente i dirigenti di partito ai vari livelli, nominati nello stesso modo, si acccentuerebbe un distacco dal territorio rendendolo non più recuperabile». Si punta però all’effetto Berlusconi... «L’effetto Berlusconi si verifica alle elezioni politiche ma per quelle locali occorre sintetizzare l’effetto Berlusconi e l’effetto partito. Occorre riflettere sulle elezioni 2013 dove certamente c’è stato un recupero ma si sono anche persi 6,5 milioni di elettori». Cosa fare dunque? «Occorre un’operazione doppia, da una parte difendere Berlusconi e il suo ruolo carismatico, dall’altra strutturare un partito radicato nel territorio con l’elezione dei coordinatori a tutti i livelli e una dialettica in grado di rafforzare il rapporto con i cittadini. In queste ultime elezioni Grillo ha utilizzato la rete e l’antico strumento dei comizi, Berlusconi la tv ma quello di assolutizzare solo uno strumento allontana comunque una parte dei cittadini». Un aspetto, quello mediatico, sul quale oggi più che mai occorre riflettere per la creazione di un nuovo modello di partito... «Partendo soprattutto dal chiedere agli elettori se la nuova Forza Italia piace. L’elettorato ha superato la divisione dell’ex Fi e dell’ex An, cosa che non ha fatto la classe dirigente. Diversamente da altri io non ho né un entusiasmo a priori né una contrapposizione precostituita ma occorre chiedere agli elettori cosa ne pensano e soprattutto quale partito proporre». Alfano, così come lo stesso Berlusconi, punta al recupero dell’elettorato moderato. Crede possibile un riavvicinamento al leader Udc Casini? «In politica non esiste rancore. Noi dobbiamo fare di tutto per aggregare e per tornare al bipolarismo che penso sia fisiologico nel nostro sistema». Il Pdl nacque sulla scia del Pd, crede che la sua fine influenzi anche i democratici e più in generale il modello del partito “unico” in Italia? «Diciamo che il partito unico in questo momento non gode di buona salute. Difficile dire cosa farà il Pd, certamente è un partito che sta attraversando molte tensioni».

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