Politica

«Il Pdl è fallito» Gli ex An si smarcano e cercano una casa

Alemanno: «Mi rassegno all’idea di un centrodestra con più partiti»

Giornate decisive per il futuro del centrodestra, alle prese con un confronto interno - e ufficioso - sul destino del Pdl, ovvero sulla rinascita di Forza Italia e la conseguente creazione di un nuovo partito di destra. Il sondaggio realizzato ieri dall’istituto Swg per Agorà sembra dare forza e ragione all’idea di Silvio Berlusconi: il 94% degli elettori Pdl si è espresso in modo favorevole al ritorno allo "spirito" del ’94; un’operazione gradita anche fuori dai confini del Pdl tanto che piace al 91% degli elettori di centrodestra. Non tutti i protagonisti tuttavia sono così convinti. Si tratta soprattutto degli ex An e degli ex Dc, vale a dire le due "ali" del Pdl. Le stesse che comunque hanno maggiormente sofferto il colore eccessivamente «azzurro» del partito. I primi a distanza di cinque anni sono stati pesantemente penalizzati in termini di bacino elettorale. Basti pensare al risultato delle amministrative della Capitale dove gli ex azzurri hanno fatto la parte del leone rispetto agli ex An, nonostante la debacle elettorale. I secondi, rischiano ormai l’estinzione. Per questo l’idea del partito unico sul modello del Partito Popolare Europeo, nel caso si dovesse, verrebbe abbandonata con rammarico. «Io sarei favorevole a un unico partito - ha ribadito ieri l’ex sindaco Gianni Alemanno -. Però se aspettare l’arrivo di questo unico partito significa sempre rinviare uno sviluppo del centrodestra, allora mi rassegno all’idea di creare un centrodestra a più partiti, ognuno dei quali riesce a parlare a un segmento dell’elettorato e fa sintesi nella coalizione». La strada segnata dal Cavaliere dunque sembra voler tornare all’intuizione della «Casa delle Libertà», un corpo centrale costituito da Forza Italia e due gambe salde, come l’ex An e l’ex Udc. Prima di pensare all’immediato futuro, però, si devono fare i conti con il passato e il presente, certificando il fallimento del Pdl e in generale dell’idea del partito unico. Un passo questo che potrebbe influenzare l’intera compagine politica e dunque anche il Pd e il centrosinistra, così come fu nel 2008 per il partito unico, nato con Veltroni, seguito poi da Berlusconi. «Il Pdl - continua Alemanno nel suo intervento alla trasmissione Agorà - è stato un esperimento per 5 anni nel tentativo di creare un partito a vocazione maggioritaria nel centrodestra. Temo che le decisioni di Berlusconi dimostrino che questo tentativo è fallito e che quindi si vada verso un centrodestra articolato su più partiti. Quindi se la volontà di Berlusconi è fare Forza Italia, noi dobbiamo rifare non An, perché sarebbe un ritorno al passato, ma un partito di destra democratica, chiaramente integrato nel centrodestra, sicuramente nell’area del Ppe ma che interpreti l’area del centrodestra con impostazioni di carattere sociale, identitario, comunitario. Cioè qualcosa di diverso da Forza Italia». Se infatti gli ex azzurri non hanno molto su cui confrontarsi, considerato che la "nuova Forza Italia" si presenterà comunque sempre con un partito liberale magari più spostato al centro, ma sostanzialmente nel rispetto della natura fondatrice del ’94, gli ex An hanno qualche problema in più. Di forma e di sostanza. La scissione prima di Francesco Storace con La Destra, poi di Giorgia Meloni e Guido Crosetto con Fratelli d’Italia, mettono di fatto in una posizione "secondaria" gli ex An rimasti invece nel Pdl. Una Costituente di destra potrebbe certamente azzerare tutto e far ripartire un progetto nuovo che punta a una destra moderna e liberale, sul modello francese per intenderci. Un partito in grado di conservare e innovare allo stesseo tempo: conservare valori sociali e culturali e innovare invece un modello economico non più applicabile alle esigenze di una società non solo in crisi ma in regressione. Un contenitore ideologico, quello della paventata rinascita di una coalizione di centrodestra che veda la nuova Forza Italia al centro, in cui forse la destra e il centro possono persino recuperare un peso maggiore, in termini di contributi politici ed elettorali. La strada insomma sembra segnata. Resta tuttavia un nodo decisivo da sciogliere: il finanziamento. L’abolizione di quello pubblico ai partiti, seppure graduale, pone una riflessione accurata e decisiva sul modello di partito da costruire. «Leggero», sicuramente ma l’addio all’apparato che per decenni ha garantito la presenza sul territorio dei partiti, anche di quelli più piccoli, può significare un allontanamento pericoloso dell’elettorato. E la "rete" seppure necessaria non può sostituirsi al contatto diretto con i cittadini. Anzi, un rapporto che deve essere recuperato, soprattutto nel centrodestra, entrato in crisi d’identità proprio per l’astensionismo record dei propri elettori. A questo Berlusconi sta già pensando, cercando di coinvolgere manager di peso. Un modello tuttavia estraneo - e mal sopportato - dalla destra. Individuare soluzioni nuove è del resto il primo compito della politica. Trovarle significa già aver passato il guado.

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