Da più parti arriva l'invito al Ministro Quagliariello e alla commissione dei 35 (più sette più due: quarantaquattro, come i gatti dello Zecchino d'oro!) esperti per la riforma costituzionale di chiarire come sta lavorando la commissione, su quali temi, con quali conclusioni. Ho avuto la fortuna e l'onore di essere chiamato a far parte della Commissione: un onore, perché per un costituzionalista poter discutere di una possibile riforma costituzionale è una cosa che dà sostanza ai suoi studi ed alla sua attività; una fortuna, perché ci sono colleghi altrettanto bravi, altrettanto meritevoli, altrettanto rappresentativi, che ne sono invece rimasti fuori. I membri di questa commissione non sono portatori di una scienza particolare né intestatari di una capacità contrattuale; tra di loro sono presenti tutte le sfumature, tutti gli orientamenti politici e culturali e le diverse e variegate storie istituzionali, professioni, esperienze permettono loro di sviluppare, nel rispetto profondo della nostra storia costituzionale, una capacità di esame critico. E il bello è qui: nella Commissione ognuno ascolta con rispetto e apertura critica quello che gli altri dicono; lo scopo, in questa fase e per questo gruppo di persone, non è quello di decidere o di effettuare mediazioni politiche (il che presuppone la massima trasparenza, anche a costo dello streaming!), ma quello di (ri)creare un linguaggio comune e di arare le possibili soluzioni tecniche per offrire al decisore politico soluzioni dotate di coerenza interna. Non sappiamo se il quadro politico terrà; sappiamo però che non ci sono alternative - che non siano la distruzione di ogni speranza per il nostro Paese - a un percorso che ci porti alle riforme entro il 2014 e al voto, con istituzioni riformate, nel 2015. Se il quadro tiene, bisogna che al Parlamento - unico titolare del potere di revisione costituzionale - giunga un ventaglio di soluzioni intimamente congrue e tecnicamente funzionanti, saggiate e discusse con l'apporto della opinione pubblica. E ciò per evitare che si ripeta l'errore del 2001, quando la decisione politica di riformare il Titolo V cadde in una situazione in cui erano sul tavolo solo le proposte del mondo regionale e locale, che - non confrontate e non discusse - furono approvate così come erano arrivate in Parlamento.
L’errore irripetibile
di Beniamino CaravitaDa più parti arriva l'invito al Ministro Quagliariello e alla commissione dei 35 (più sette più due: quarantaquattro, come i gatti dello Zecchino d'oro!) esperti per la riforma...