Una nuova Alleanza Popolare per «ripartire da Fiuggi», ma senza andare oltre a ritroso. Il dado è tratto per Gianni Alemanno, da venti giorni ex sindaco di Roma e storico esponente della Destra Sociale, la corrente principale di quella che un tempo era Alleanza Nazionale. Alemanno è appena rientrato nella Capitale dal convegno di Lecce, un incontro tra gli ex An per iniziare a porre le basi per il nuovo partito di centrodestra. Alla due giorni salentina, oltre a Guido Crosetto in rappresentanza di Fratelli d’Italia di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, c’erano tra gli alri Adolfo Urso, Francesco Storace, Antonio Buonfiglio, Roberto Menia, Pasquale Viespoli, Adriana Poli Bortone, Mario Landolfi, Domenico Nania. La storia della destra italiana. Com’è andata la «rimpatriata» di Lecce? «È stato un passaggio interlocutorio e di dibattito. Ci siamo confrontati, ci saranno altri appuntamenti. Sarà un luglio di dibattito». La decisione comunque ormai l’ha presa, lascerà il Pdl e rifonderà An. «La decisione l’ha presa Berlusconi: è lui che vuole una forma di partito diversa, che vuole rifare Forza Italia per ricostruire il centrodestra su più partiti. Il Pdl resterà come coalizione di centrodestra. Ma io non posso stare in Fi. I perni della coalizione saranno comunque Fi e An, ma non si può escludere neanche un partito cristiano democratico». Non chiude neppure a Monti? In campagna elettorale avete duramente criticato la tecnocrazia. «Il problema si è sollevato, è vero. Però il punto è la scelta di campo. Bisogna dire basta a un centro equivoco, che vive in una zona grigia. Non può stare in bilico tra centrodestra e centrosinistra. Se c’è qualcuno, come ad esempio Luciano Ciocchetti, che, proveniente dall’esperienza centrista, si riconosce in modo inequivoco nel centrodestra è il benvenuto». Il congresso di ottobre potrebbe spaccare il Pd, spostandolo molto a sinistra. Aprirebbe anche ai delusi democratici? «In Fi nel 1994 confluirono i socialisti. Non sarebbe la prima volta. Penso che la coalizione non debba chiudere la porta in faccia a nessuno». Quali saranno gli obiettivi del nuovo partito di destra? «Tre temi fondamentali. Primo: la sovranità nazionale, economica e democratica perché abbiamo avuto troppa globalizzazione e troppo federalismo. Secondo: tradizione e identità, perché la nostra cultura è anche il nostro futuro. Terzo: equità sociale, in questi anni c’è stato un impoverimento drammatico del ceto medio, due terzi delle famiglie sta sprofondando nella povertà». Sono i temi della sua Destra Sociale... «Sono i temi di una destra sociale e popolare. Non ci chiuderemo a destra, ma ripartiremo da destra, per parlare a tutto il centrodestra com’è già accaduto a Fiuggi». Gasparri, in un’intervista a Il Tempo ha posto priorità simili, aggiungendo anche la tutela della vita e della famiglia. Ma lui ha scelto di restare con Berlusconi. È l’unico ex An... «C’è anche Matteoli. Ma io sono d’accordo con Gasparri: molti nostri principi sono comuni. Se ci fosse ancora il Pdl come partito e non come coalizione nessuno penserebbe di andarsene. Ma se Berlusconi vuole rifare Forza Italia, per noi serve una nuova An, un’alleanza popolare». Si chiamerà così, Alleanza Popolare, il nuovo partito? «Non abbiamo ancora deciso, dobbiamo confrontarci con tutti e anche con Fratelli d’Italia». Vi collocherete nel Ppe? «Sì. È la collocazione più giusta: lì ci sono non soltanto i post democristiani, ma anche i gollisti, i conservatori inglesi. C’è il centrodestra europeo. Lascerei perdere altri schieramenti di una destra più equivoca». Berlusconi vorrebbe un partito leggero fatto anche di imprenditori. Lei ha sempre chiesto più democrazia interna, dibattito e partecipazione. È anche per questo che non si riconosce in Forza Italia? «È un problema di assetto organizzativo. Berlusconi rivuole il partito-azienda, leggero. Dal suo punto di vista ha anche ragione, bisogna evitare di creare aggregazioni ibride. Per noi è meglio: avremo più possibilità di radicarci sul territorio. Sono due modelli che possono integrarsi perfettamente in una coalizione. La sfida è andare oltre quel 30% che oggi vale il centrodestra». Beh, anche il centrosinistra non va oltre. A meno di allargare a movimenti più radicali. «È vero. Poi ci sono i populismi vari, Grillo, l’astensionismo. La Terza Repubblica dovrà partire da un dato: i partiti a vocazione maggioritaria hanno tutti fallito. L’Italia è bipolare, ma non bipartitica». Eppure, in termini di preferenze, i candidati ex Fi sono andati meglio di quelli ex An. Almeno a Roma e nel Lazio. «Fino a un certo punto. Basta guardare i risultati ottenuti da Luca Gramazio alla Regione Lazio e da Sveva Belviso al Comune di Roma. Il problema è che a furia di parlare di partito leggero il Pdl è scomparso da molti quartieri di Roma». Spiega così la sconfitta a Roma? «Anche. Ma ricordo che nella Caitale siamo andati meglio alle amministrative che alle politiche. Abbiamo recuperato, ma il centrodestra a Roma si è pesantemente contratto». Qualche ex Fi dice che è mancato l’effetto sindaco. Nonostante una campagna elettorale migliore di quella del 2008. Penso a Imu ed Equitalia. «La campagna elettorale è stata giusta, ma in molti quartieri il messaggio non è arrivato. C’è stato un difetto di comunicazione, mi assumo le mie responsabilità. Ma a battermi è stato l’astensionismo, non Marino che ha preso il 27% degli elettori. E in questi cinque anni ho subìto uno straordinario attacco mediatico, solo Berlusconi ha avuto un trattamento simile». Però dopo la storia della lista non presentata nel 2010 forse qualcosa si doveva cambiare. «Guardi, chi viene da fuori dice che a Roma c’è il Pdl più organizzato d’Italia, ma a Roma Alleanza Nazionale è sempre stata decisiva per vincere». Da Fini 1993 ad Alemanno 2013, passando per Storace e Polverini. È finito un ciclo? «Sì, ma non per la destra a Roma. Non c’è più un solo grande Comune amministrato dal centrodestra. Credo che il più grande sia Ascoli. È finito il ciclo del centrodestra della Seconda Repubblica, bisogna aprirne un altro, quello della Terza Repubblica. Prima c’era la speranza della crescita economica, ora impera la crisi. Siamo chiamati a inventare un progetto e un linguaggio nuovi, ripartendo da una nuova classe dirigente basata sulla meritocrazia e sulla rappresentatività, non sui dati anagrafici». Oggi ripartirà dall’Assemblea Capitolina. «Sono già stato consigliere comunale d’opposizione nel 2006. Sono stati 5 anni molto pesanti, ora continuerò a pensare, senza retorica, al bene della città». Un giudizio su Marino a mente fredda? «Adesso si sta comportanto con correttezza. Mi ha chiamato anche per concordare il dibattito in Aula. Il problema sono le sue proposte. Trovo ad esempio preoccupante il messaggio lanciato in piazza di Spagna: non si può proporre di assumere gli abusivi, è pericoloso perché attrae altra illegalità. Le sue sono idee astratte, di chi non conosce Roma».
«Ripartiamo da Fiuggi per rifondare la destra»
Daniele Di Mariod.dimario@iltempo.it Una nuova Alleanza Popolare per «ripartire da Fiuggi», ma senza andare oltre a ritroso. Il dado è tratto per Gianni Alemanno, da venti giorni ex sindaco di...
