Politica

Saccomanni, nel mirino i privilegi dei superburocrati

Attacco agli stipendi d’oro della macchina statale. Revisione degli incentivi inutilizzati dalle aziende

La scure su beni e servizi erogati dallo Stato è già stata usata in maniera copiosa negli scorsi anni. Per questo ora il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, non ha più alibi. I costi da aggredire sono dentro la macchina dello Stato pletorica e inefficiente, e con una fascia di mandarini e di dirigenti che godono di privilegi e livelli di stipendio troppo elevati rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese. Una traccia di lavoro difficile da svolgere perché le amministrazioni pubbliche sono maestre nell’ostracizzare i processi di rinnovamento. Eppure non è più possibile rinviare la rimodulazione della spesa per la macchina dello Stato intesa in senso allargato. Non solo ministeri dunque ma anche manager pubblici, Asl e società controllate dallo Stato. Anche i sindacati che tradizionalmente sono tra i più vicini alle istanze pubbliche lo hanno segnalato. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni ha detto nelle scorse settimane: «Il governo deve rivedere anche le retribuzioni troppo elevate dei dirigenti. C’è un’enorme differenza ormai tra lo stipendio di un dirigente pubblico e quello di un impiegato». Insomma un pezzo di pubblico è rimasto indenne ai processi di dimagrimento della spesa degli scorsi anni. E Saccomanni olia le sue forbici, stando ben attento a non incappare in provvedimenti impugnabili dinanzi alla Corte Costituzionale. Così l’obiettivo, ad esempio, sarà quello di rivedere il meccanismo di formazione degli stipendi dell’alta burocrazia senza intaccare la parte fissata dal contratto nazionale. Il grasso si annida nella parte variabile, oggetto di contrattazione separata, ma anche nelle diarie, nei compensi nei e fondi ministeriali che arricchiscono in maniera rilevante il «netto» in busta. Basta qualche esempio: l’ex Ragioniere Generale dello Stato, Mario Canzio nel 2010 aveva un cedolino composto da 51 mila euro di stipendio, 33 mila euro di parte fissa, oltre 342 mila euro di parte variabile e 83 mila di risultato. Canzio non è più al suo posto ma le indennità non sono state mai attaccate e sono presenti ovunque per le posizioni dirigenziali. Non solo. Nel mirino di Saccomanni ci sono tutta una serie di pratiche che aumentano gli stipendi solo di alcuni dipendenti in posizione di vertice in maniera importante. Nel caso del Tesoro, ad esempio, sono conferiti incarichi di revisore dei conti presso enti pubblici partecipati o controllati. Le diarie e le indennità confluiscono in appositi capitoli e poi sono redistribuiti. Sono soldi che paga sempre lo Stato e che potrebbero essere risparmiati con beneficio collettivo. Stop, probabile, anche ai collocamenti fuori ruolo dei dipendenti pubblici che attraverso questo sistema intraprendono carriere decennali in altre amministrazioni con doppi stipendi. Il piano che è di medio termine è per ora composto da una serie di ipotesi. Tra queste anche la revisione della struttura organizzativa della macchina burocratica. Via alla soppressione di direzioni generali, strutture di missione e accorpamenti di funzioni omologhe, sul modello sperimentato alla Presidenza del Consiglio. La finalità è quella di diminuire il numero di centri di costo che, per il solo fatto di esserci, sono costretti a mostrare la loro esistenza con spese non necessarie. Saccomanni ha già in mente le tappe del processo: «Riconvocheremo il comitato interministeriale per il controllo della spesa e avremo un commissario straordinario. Porteremo avanti il lavoro di Monti ma esamineremo l’intera strategia e le procedure operative» ha detto ieri al Corriere della Sera. Un esempio è il lavoro dell’economista Giavazzi sugli incentivi alle imprese. Una posta che in bilancio vale poco meno di 20 miliardi e che ha un impatto molto limitato in termini di Pil vista la burocrazia e le lungaggini delle procedure. Non un taglio ma una rimodulazione spostando le risorse dove servono. Niente miracoli: «Bisogna scandagliare settore per settore». Un esempio: «I costi standard sono già stati applicati sulla spesa sanitaria ma non quella delle Regioni a statuto speciale. Serve un intervento». «Agiremo con la collaborazione di tutti i diretti interessati: dai ministeri alle Regioni. C'è un nuovo Ragioniere generale, che viene dalla Banca d'Italia: Daniele Franco». Lo spazio su cui lavorare è enorme la spesa è di 800 miliardi nel 2013, 725 al netto degli interessi. Il totale su cui si può lavorare ammonta a 207 miliardi. Di questo si è parlato ieri nell’incontro che Saccomanni ha avuto con il premier Letta a Palazzo Chigi. Sono escluse misure immediate perché tagli alla spesa sono un processo da attuare nel medio periodo. Ma non è più rinviabile.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.