Politica

Renzi prenota il posto per Palazzo Chigi

Avvertimento Il sindaco intervistato dalla Faz: «Chi vince le primarie Pd è il candidato premier»

L’argomento non è certo entusiasmante. Anche perché ha a che fare con statuti, articoli e commi. Ma è il tema attorno cui ruota il futuro del Pd e, probabilmente, quello del resto del panorama politico nazionale: il prossimo segretario del partito. Non tanto per la poltrona in sé, quanto per chi potrebbe occuparla. Negli ultimi giorni sono fiorite numerose candidature. E l’impressione è che il processo sia tutt’altro che casuale. Tra i Democratici si è capito che Matteo Renzi è pronto. Così è diventata fondamentale la corsa al secondo posto. Un po’ come accadde con Walter Veltroni. Anche allora, infatti, il vincitore era già noto prima dell’inizio della competizione. Eppure Enrico Letta e Rosy Bindi decisero di sfidare l’ex sindaco di Roma per conquistarsi uno spazio all’interno del Pd. La battaglia tra i due fu vinta da Rosy, ma di certo l’esperienza servì ad Enrico per porre le basi di ciò che è poi arrivato. Ora la storia si ripete. Con Renzi in campo difficile pensare ad altri possibili vincitori. Anche perché il sindaco sta lavorando da settimane per allargare il più possibile il «patto di sindacato» attorno alla propria candidatura. Così ecco spuntare i papabili per il podio. Da Stefano Fassina a Gianni Cuperlo (che ieri ha confermato che resterà in corsa «anche se dovesse candidarsi Fassina»), passando per Gianni Pittella (che però potrebbe convergere su Renzi), un esponente «ecologista», Pippo Civati e Debora Serracchiani. Difficile prevedere quanti ne resteranno da qui alle primarie. Ma di sicuro alcuni «spaventano» il sindaco di Firenze più di altri. Forse per questo, in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung ieri in edicola, ha spiegato che sarebbe disponibile a lasciare Palazzo Vecchio «solo per cambiare l’Italia». «La sfida più grande sarebbe certamente la posizione di premier e per questo diventa importante il partito - ha aggiunto -. Chi vince le primarie aperte dovrebbe essere il candidato a guidare il governo. Certo, non vorrei diventare capo del Pd per cambiare il partito, ma per cambiare l’Italia». Insomma, o il congresso diventa l’occasione per decidere il prossimo candidato premier del centrosinistra, o lui non sarà della partita. E c’è chi pensa che, dietro l’avvertimento, si nascondano le ultime resistenze di Matteo, ancora convinto che rinchiudersi a Via del Nazareno non sia il suo destino. Per questo c’è chi dice che stia ancora cercando qualcuno che lo faccia al suo posto garantendogli poi la possibilità di candidarsi a guidare il centrosinistra quando sarà il momento. Un modo per evitare la trappola che, secondo il rottamatore, gli starebbero preparando Letta e Dario Franceschini che, preoccupati dalla tenuta dell’esecutivo, preferirebbero un segretario «meno ingombrante» (Serracchiani o, magari, la conferma di Guglielmo Epifani). Non a caso Renzi invia un messaggio anche a loro: «Letta è un amico, solido, competente e grande europeista, ma poiché sta in una Grosse koalition , tutto quello che fa è pragmatico, non rivoluzionario. Nella nostra situazione i piccoli passi non servono». E aggiunge: «Sulla giustizia parliamo solo dei processi di Berlusconi mentre abbiamo bisogno di un’efficiente e rapida conduzione dei processi civili». Parole che confermano quello che i suoi fedelissimi dicono da tempo: il sindaco non si sottrarrà alla battaglia. E non insisterà troppo sulle regole anche perché, una volta incoronato leader con un plebiscito, sarà difficile arginarlo. Soprattutto se, nel frattempo, avrà costruito l’immagine di un politico, apprezzato in Italia e all’estero, con un’idea chiara di come garantire un futuro di crescita al nostro Paese. In ogni caso il tema accende il Pd. Anche perché Cuperlo, per ovvi motivi, non è affatto d’accordo con la linea renziana. «La guida del Pd - spiega - non deve essere più un trampolino verso altri incarichi o una corvee prima di fare altro. Chiunque si assumerà sulla base del consenso che raccoglie il peso di guidare questa fare dovrà candidarsi a fare questo mestiere». «Non ne faccio una questione di regola statutaria - aggiunge -, penso sia giusto separare la carica di segretario del partito da quella del candidato premier nel senso dell’automatismo che finora c’è stato e che già Bersani aveva tolto. Per quanto mi riguarda penso che sia giusto che chi guida il partito per una fase si dedichi a guidare il partito». Insomma, i «secondi» scalpitano. Chissà che alla fine il vincitore designato non sia costretto ad alzare bandiera bianca.

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