«Chiudere l'Inferno, bisognava chiuderlo, lasciare aperto l'Inferno non è una bella cosa»: sarebbe molto rassicurante se, come ha detto Roberto Benigni in un'intervista al Tg1, l'Inferno si potesse chiudere come un qualsiasi cancello di casa. Non l'Inferno metaforico, intendiamoci, fatto di diavolacci coi forconi e le corna, ma quello della realtà, miscuglio quotidiano di cose che non vanno, di ingiustizie, di invidie e di un sacco di altre sporche faccende. Eppure, nell'insistenza con cui questo comico, attore, regista e premio Oscar insiste e persiste il suo lavoro su Dante Alighieri c'è qualcosa di faustiano. Di tenace e di insistente, di cocciuto al punto da arrivare al cinema. Quest'estate Benigni terminerà il suo ciclo della Lectura Dantis dei canti dell'Inferno e - lo ha annunciato lui stesso - si misurerà con un film sull'Alighieri. «Dopo le serate a Firenze facciamo un film su Dante, uno di quelli belli belli dove ci si diverte, dalla piazza andiamo al cinema». Sostiene Benigni che «la poesia vuole degli amanti e non cerca seguaci» e dovrebbe essere proprio questo l'atteggiamento dell'attore e regista toscano verso l'oggetto, ormai da diversi anni, del suo lavoro e studio. Del suo amore culturale. Far della Divina Commedia una sceneggiatura e della vita di Dante un copione è cosa tra le più difficili al mondo. La materia è vasta e troppo spesso il Sommo Poeta è stato relegato nella dimensione di santino dalla storia della letteratura, che ne ha smussato le cattiverie, le debolezze umane, la rabbia con cui ha fustigato la società del proprio tempo. A cominciare dall'Italia e dai suoi contemporanei: "Ahi serva Italia, di dolore ostello / nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di province, ma bordello!". Per questo Benigni, ormai maestro nel sacralizzare ciò che tocca, soprattutto con le sue letture televisive, da Dante alla Costituzione passando per l'Inno di Mameli, dovrebbe ricominciare dall'ironia feroce. Cruda. Anche verso l'Alighieri. Lui, per questa strada, ci è già passato, seppure nel genere del piccolo schermo e con il tono della leggerezza, quando nel programma di Arbore, L'Altra Domenica, vestì i panni di un Dante richiamato tra i mortali da una seduta spiritica. Con lo stesso Arbore voce implorante: «Spiriti bianchi e spiriti neri, noi invochiamo l'anima di Dante Alighieri. Spiriti neri e spiriti bianchi, noi invochiamo l'anima di Alighieri Danti. La rima non c'è però speriamo bene. Dante Alighieri, abbiamo fatto la catena, dacci un segnale...». E via il fumo, e poi la sagoma di Benigni col naso finto grosso e il vestito rosso e l'alloro in capo. Si tratterebbe stavolta di uscire dal vernacolo, dalla caratterizzazione fine a se stessa e pure dal monumento al fondatore della lingua italiana, per trovare una via nuova. La strada dell'affresco di contesto l'aveva già percorsa il buon Totò, lieve e in bianco & nero, con Totò all'Inferno, film di Camillo Mastrocinque e storia del personaggio Antonio Marchi (il protagonista inventato), ladro depresso che tenta il suicidio più volte, cade in un fiume e si ritrova all'Inferno dove lo scambiano per Marc'Antonio e viene spinto da un diavoletto nella braccia di Cleopatra, che lì si trovava per l'eternità: «Signorina, mi diceva che lei è un fantasma, che è fatta d'aria... allora lasci che l'annusi, voglio respirare un poco di aria buona». Levità, da cinema anni Cinquanta, di un'Italia che cercava il sorriso e non la satira, ché anche il ridere ha le sue declinazioni adatte ad ogni epoca. Anche per questa ragione il Benigni regista sul suo amato Dante dovrebbe tentare una nuova soluzione narrativa, che non sia la sacralità degli ultimi anni e che non sia la replica del depensamento di Totò. È trascorso troppo tempo. Oggi in letteratura è l'era dei Dan Brown, il babbo del Codice da Vinci, che il Roberto Benigni lo vorrebbe attore protagonista del suo Inferno perché gli Inferi sono sempre più di uno. Dipende dai punti di vista. E le macchine da presa di un regista, questo alla fine sono. Punti di vista.
Caro Benigni, fai satira su Dante
di Massimiliano Lenzi - «Chiudere l'Inferno, bisognava chiuderlo, lasciare aperto l'Inferno non è una bella cosa»: sarebbe molto rassicurante se, come ha detto Roberto Benigni in un'intervista al...