All'inizio del centrodestra, quando Berlusconi scese in campo nel 1994, vari giovani leoni della politica pensarono che il suo passaggio sarebbe stato salvifico quanto breve. Si riteneva che il Cav fosse stato trascinato all'impegno politico per autodifesa e - una volta ribaltato gli assetti di potere - sarebbe stato ben felice di passare il testimone e tornare a occuparsi delle sue aziende. Fini, Casini, Bossi e parecchi altri puntavano già allora sulla differenza d'età, convinti che dopo massimo dieci anni, Berlusconi avrebbe liberato il trono. Da uomo di sintesi capace di mettere insieme le "anime" (leghista, cattolica, liberale e nazionale) e dare vita a un centrodestra che rappresentasse tutto ciò che non era sinistra, ben presto Berlusconi si è trasformato in perno centrale, poi in pigliatutto e infine in tappo, infrangendo i sogni dei suoi junior partner. Da sempre il pericolo mortale delle monarchie sono i problemi di successione. Il primo erede naturale si riteneva fosse Fini, che si mise a studiare da leader, smussando i suoi angoli, cancellando le tracce del suo percorso ideologico, cambiando frequentazioni e amicizie. L'unico suo plausibile contendente era Casini, con molti tratti in comune. Fini probabilmente era convinto di aver chiuso la partita con l'azzardata mossa di sciogliere An, ottenendo il titolo di co-fondatore del più grande partito di centrodestra della nostra storia e mettendo il veto all'ingresso di Casini nella coalizione che avrebbe poi vinto le elezioni nel 2008. Tutti erano convinti che Berlusconi avrebbe lasciato alla fine della legislatura. Da Milano, dai suoi salotti e dalle redazioni dei suoi giornali, partì l'offensiva per bruciare la candidatura di Fini alla successione. Gli elementi per far esplodere il rapporto già teso tra i co-fondatori c'erano tutti ed è bastato buttare benzina sul fuoco delle reciproche paranoie e idiosincrasie per farlo esplodere e spingere alla spaccatura che ha portato Fini a correre verso il baratro. Nessuno si aspettava che Alfano prendesse veramente il posto del Capo, ma nel dubbio, appena dopo il famoso "passo di lato", gli stessi che avevano minato il percorso di Fini hanno cominciato a segare le gambe della seggiola di Angelino. Ora, con i nuovi guai giudiziari e l'instabilità del progetto neo-democristiano Letta-Alfano, si sono risvegliati gli appetiti di quelli che pensano che la successione del Cavaliere sia tornata all'ordine del giorno. Nel Pdl è guerra tra bande. Di nuovo. C'è il partito delle amazzoni: un'alleanza tattica più che politica, tenuta insieme dalla "preferenza di genere" e dalla convinzione che una donna abbia sempre più possibilità di ascolto da parte di Berlsuconi. Da loro è venuta la proposta di una successione al femminile che ha portato molti osservatori esterni a ipotizzare una discesa in campo di Marina Berlusconi, nel segno del legittimismo dinastico e della garanzia di continuità di influenza. In realtà quando le amazzoni propongono la soluzione femminile intendono semplicemente "una tra noi" e la possibilità che Marina accetti il passaggio della croce (con persecuzioni giudiziarie ed economiche annesse) dalle spalle del padre alle proprie è lontana quanto è improbabile il fatto che, se accettasse lo scettro, non si darebbe come priorità il fare piazza pulita del cerchio magico che assedia il padre. Il richiamo strumentale in servizio della erede di Mediaset ha comunque fatto uscire allo scoperto la fazione degli ex-socialisti che ha rigettato all'unisono l'ipotesi di un partito dinastico. La fazione neo-democristiana serra le fila a difesa di Alfano, sopravvissuto già a vari tentativi di eliminazione e quindi ancora plausibile nel ruolo di Delfino. Per gli ex-An non è ancora finita la notte di San Bartolomeo. Nessuna delle fazioni post-berlusconiane li vuole vicino, non per questioni ideologiche ma piuttosto antropologiche e sono considerati temibili avversari sui territori per la loro esperienza nell'organizzazione e la loro capacità di mobilitazione. L'idea di tornare indietro a Forza Italia serve anche per spingere fuori quelli che non se ne sono andati prima con Fini o poi con La Russa. Eliminare concorrenti interni pericolosi, ma anche cercare di assicurarsi un soggetto a destra da cui marcare la propria distanza per rendere credibile un progetto neo-democristiano tutto volto a un'occupazione permanente di quote di potere. Con Berlusconi, ma anche dopo di lui e senza di lui.
Tutti gli eredi del Cavaliere
di Marcello De Angelis - All'inizio del centrodestra, quando Berlusconi scese in campo nel 1994, vari giovani leoni della politica pensarono che il suo passaggio sarebbe stato salvifico quanto...