Politica

La politica ammanettata

di Francesco Damato - A dispetto delle assicurazioni cercate e ottenute di persona prima dal presidente del Consiglio, in una cena a Palazzo Chigi, e poi dal capo dello Stato, in un incontro al...

A dispetto delle assicurazioni cercate e ottenute di persona prima dal presidente del Consiglio, in una cena a Palazzo Chigi, e poi dal capo dello Stato, in un incontro al Quirinale che ha scandalizzato i soliti giustizialisti, smaniosi di vedere il Cavaliere finalmente agli arresti domiciliari, visto che il carcere gli potrà forse essere risparmiato per ragioni di età, a sinistra sono molti a chiedersi con una certa apprensione che cosa Silvio Berlusconi voglia fare davvero del governo. Per quanto tempo ancora egli intenda lasciarvi i suoi uomini, e donne, prima di staccargli la spina. Se lo chiedono, sempre a sinistra, anche alcuni di quelli che a fine aprile sembravano disperati per le cosiddette larghe intese con il Pdl imposte dall'appena rieletto presidente della Repubblica, dopo il fallimento degli ostinati tentativi di Pier Luigi Bersani di fare il suo famoso governo minoritario di "cambiamento e combattimento", scommettendo sull'aiuto che prima o dopo gli sarebbe dovuto arrivare dai grillini. Dalle parti del Pd, nonostante le perduranti doglianze della solita Rosy Bindi e simili, l'esperienza delle larghe intese comincia evidentemente a piacere, o a fare meno paura, visto il logoramento che Berlusconi e il suo partito sono costretti a subire un po’ per i guai giudiziari del Cavaliere e un po’ per gli espedienti dilatori ai quali il governo ha preso l’abitudine di ricorrere sui temi fiscali. Ai quali il Pdl non può rinunciare senza contraddire gli impegni presi con quella parte fortunatamente ancora larga di elettorato che gli è rimasta dopo i sei milioni e rotti di voti perduti rispetto a cinque anni fa. Il segretario temporaneo del Pd Guglielmo Epifani si è appena spinto ad auspicare che questo governo duri almeno per altri due anni: sei mesi in più dei diciotto assegnatisi da Enrico Letta come traguardo minimo per il decisivo tagliando delle riforme istituzionali. Ma lo stesso Epifani e quanti altri in buona fede, mescolando convenienze generali e di parte, come accade di frequente in politica, si mostrano interessati alla stabilità del governo, compreso il capo dello Stato, giustamente intervenuto di recente contro la pratica delle "fibrilliazioni", non possono interrogarsi solo sulle intenzioni e sulla capacità di resistenza politica e personale di Berlusconi. Essi debbono onestamente, esplicitamente, coraggiosamente interrogarsi anche sulle intenzioni della magistratura che con tanta ostinazione e diffusione, da Milano a Napoli e altrove, si occupa del Cavaliere. Lo debbono fare senza rispondere più o meno ipocritamente, o banalmente, con le liturgie istituzionali sulla "indipendenza e autonomia" di un ordine giudiziario vincolato dalla "obbligatorietà dell'azione penale" e garante della "legalità". Queste risposte sono diventate a dir poco stucchevoli di fronte al numero dei procedimenti contro Berlusconi, all'enormità dei verdetti che lo colpiscono e ai loro aspetti intimidatori anche per chi si azzarda in tribunale a testimoniare in sua difesa. Con, anzi contro il Cavaliere siamo ormai andati oltre ogni limite, persino in un Paese come il nostro, in cui già prima dell'irruzione di Berlusconi sulla scena politica si aveva la brutta abitudine di applicare le leggi, usualmente malfatte, contro i nemici e di interpretarle invece a favore degli amici. D'altronde, per diventare nemici dei magistrati, procurandosene le reazioni più scomposte e pericolose, basta schierarsi contro i loro privilegi. Che essi naturalmente chiamano prerogative, garantite dalla Costituzione e da leggi ordinarie a voler toccare le quali si rimane fulminati. E quando si riesce a cambiarle o ad abolirle, come accadde a suo tempo con il referendum promosso dai radicali per abbattere le norme ostative della responsabilità civile delle toghe, si trova subito il modo di aggirare la volontà popolare e di recuperare il terreno perduto, con l'aiuto di una politica collusiva, e magari ricattata. Una politica praticamente e scandalosamente ammanettata.

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