Politica

Iva, F35 e diritti civili Larghe intese alla prova

TensioniDelrio conferma il rinvio di tre mesi della tassa sui consumi Il Pdl insorge: «Solo un’aspirina». Sui caccia è scontro tra i ministri

Una coperta troppo corta. Che ognuno continua a tirare dalla sua parte col rischio di strapparla. Il governo Letta vive lo snodo più difficile dalla sua nascita. Le vicende processuali di Berlusconi hanno aumentato le fibrillazioni nella maggioranza, ma l’impressione è che le fiamme della discordia covassero già sotto la cenere e non aspettassero altro che una scintilla per scatenarsi. Il fronte più caldo è quello dell’Iva. Il Pdl lo ha detto in tutte le salse: se il governo non dovesse evitare l’aumento di un punto percentuale della tassa sui consumi previsto per il 1° luglio, l’esecutivo cesserebbe di esistere. La novità di ieri è che alla fine, nonostante il pessimismo del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, le coperture per scongiurare il rincaro sarebbero state trovate. Lo ha svelato il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio. «Domani (oggi, ndr) in Cdm al 99,9% ci sarà il rinvio dell’Iva di tre mesi». Il punto sta proprio nel brevissimo periodo di «anestetizzazione» della tassa. Il governo, spostando la scadenza a inizio ottobre, spera di sfruttare in seguito i margini che dovrebbero aprirsi in chiave 2014, grazie alla chiusura della procedura di infrazione per il deficit, con la legge di stabilità. Ma la scelta di posticipare per l’ennesima volta la risoluzione di un problema non va giù al Pdl. «Non bastano più aspirine o tisane - attacca Daniele Capezzone - ma serve uno choc fiscale, una frustata positiva. O c’é questo o siamo destinati ad avvitarci in una recessione devastante». A far discutere è anche il nodo coperture. «Corre voce - denuncia Renato Brunetta - che il rinvio sia finanziato con l’aumento dell’acconto Irpef di fine anno, che grava soprattutto sui lavoratori autonomi. Noi non saremmo assolutamente d’accordo». Ma se i berluscones tirano la corda sul fronte del Fisco, anche nell’ala sinistra della «strana maggioranza» le fibrillazioni sono all’ordine del giorno. E riguardano i cacciabombardieri F35. Ad accendere la miccia è stato ancora Delrio: «Secondo me bisogna fare un’ulteriore istruttoria - ha detto il ministro - in vista di una revisione. Dobbiamo fare di tutto per recuperare risorse per l’emergenza vera che non è quella della difesa ma del lavoro per i giovani. Non ha senso spendere risorse nel comparto militare». Parole nette che provocano la reazione stizzita del ministro della Difesa Mario Mauro: «Il governo non ha cambiato posizione sul programma degli F35 - replica l’esponente di Scelta Civica - non c’è stata nessuna riunione a cui ho partecipato dove sia stata decisa una sospensione. Se poi si è tenuta una riunione dove le scelte sono state diverse, allora vuol dire che c’è una crisi di governo e io non me ne sono accorto». Il punto è che nel Pd la suscettibilità sul tema «militare» è arrivata ai livelli di guardia. Ieri alla Camera si sarebbe dovuta votare la mozione presentata da Sel e M5S (ma firmata anche da diversi deputati Pd) che chiede di bloccare l’acquisto dei cacciabombardieri e investire le relative risorse (tra i 10 e i 15 miliardi di euro) in lavoro, servizi sociali e scuola. Poi, per motivi di tempo, l’esame della mozione è slittato a oggi e i Democratici hanno guadagnato qualche ora per cercare una mediazione che appare difficile. L’idea portata avanti dal capogruppo in commissione Difesa Gian Piero Scanu è una soluzione «salomonica» con un testo che chieda di avviare il programma solo dopo un’indagine accurata sulle reali esigenze della Difesa. Non un cancellamento, ma una «sospensione» del programma. Una mediazione che, però, oltre a incontrare l’aperta opposizione di Pdl e Scelta Civica, stenta a convincere tutte le anime dello stesso Pd. «In campagna elettorale avevamo promesso di ridimensionare un programma faraonico e dispendiosissimo - spiega Giuseppe Civati - e invece ora il governo vuole tutti gli F35. Basta saperlo, così poi ci si regola». Al di là degli auspici, insomma, il rischio che in Parlamento si palesi un’inedita maggioranza con una parte del Pd, Sel e M5S non è scongiurato, con tutte le conseguenze potenzialmente devastanti per il governo. E di «maggioranze variabili» si vocifera nelle ultime settimane anche sul fronte dei diritti civili. Anche se con confini imprevedibili. A smuovere le acque sono state le prese di posizione troppo «laiciste» espresse recentemente da alcuni esponenti del Pdl come Bondi, Galan e Capezzone. Non è un caso se ieri, su Il Foglio , è comparso un appello di varie associazioni cattoliche tradizionalmente vicine al centrodestra che chiedono a Berlusconi di «fermare l’anarchia etica nel Pdl». Ma nel Pd non si registra maggiore compattezza. Una spaccatura tra l’anima laica e quella cattolica dei Dem si è già verificata quando si è trattato di votare le mozioni sull’obiezione di coscienza nei casi di aborto. Nelle prossime settimane le possibili insidie potrebbero arrivare dal disegno di legge sulle nozze gay - ancora in commissione Giustizia al Senato - e soprattutto dalle nuove norme sull’omofobia, che arriveranno in aula a Palazzo Madama già a luglio. Come si comporterà il governo? Lascerà che il Parlamento decida senza indicazioni di maggioranza? E come reagiranno i ministri «cattolici» come Quagliariello, Alfano, Lupi o Mauro?

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