La sentenza emessa ieri a Milano contro Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile è una enormità a dir poco inquietante, di sapore talebano, per quanto provvisoria, suscettibile di essere corretta e persino rovesciata nei due successivi gradi di giudizio. Specie nel terzo, quello della Cassazione, vista la natura ormai speciale, anzi specialissima, della sede giudiziaria di Milano, dove dovrà svolgersi anche il processo di appello. I giudici sono riusciti a superare tutte le più pessimistiche previsioni, a cominciare da quelle dell’accusa. Che aveva chiesto sei anni di carcere e ne ha visti prenotare sette, quante sono state le ore della camera di consiglio. Un anno per ogni ora di discussione fra le tre componenti del collegio: tutte donne, nel rispetto certamente delle regole. Ma non del buon senso, specie in considerazione della materia del processo. Adesso abbiamo dunque dei funzionari dello Stato, quelli della Questura di Milano, concussi a loro insaputa, al telefono, dall’allora presidente del Consiglio in una maledetta notte di tre anni fa, quella del fermo della minorenne marocchina Ruby. E una ex minorenne, ormai, la stessa Ruby, giudiziariamente vendicata a sua insaputa per un abuso sessuale che ha ripetutamente dichiarato ai quattro venti di non avere subìto, pur essendosene vantata più o meno allusivamente in telefonate sopravvissute come prove alla sua verità. Basterebbero e avanzerebbero queste due semplici osservazioni per ridere o indignarsi, secondo i gusti, di una sentenza che preghiamo sinceramente gli ipocriti di non chiederci di «rispettare». Come hanno preteso ieri, a suo commento, i dirigenti del Pd. È una sentenza che si presta non ad uno ma ad una montagna di sospetti di pregiudizio. Di un pregiudizio giudiziario e politico. E non ci si venga neppure a dire che il sistema giudiziario italiano, pur con tutti i suoi difetti, offre le garanzie di cui hanno diritto i cittadini, magari indicando come esempio - che si è avuto il coraggio di fare ed evocare in questi giorni - la vicenda del povero Enzo Tortora. Dal cui arresto sconciamente offerto alle telecamere sono appena trascorsi trent’anni. Nessuno dei responsabili togati di quell’obbrobrio ha pagato un centesimo e un’oncia di decoro e di carriera per avere procurato ad un galantuomo una detenzione ingiusta. E alla fine anche la morte, perché il fisico del povero Enzo fu aggredito dal tumore dopo essere stato debilitato da una sofferenza così grande. Non un magistrato, ripeto, ha pagato. Ce ne sono stati anzi di premiati con l’automatismo degli avanzamenti e con altro ancora. Una tragedia, nel suo complesso, che grida ancora vendetta e di cui nessuno ancora si vergogna nella magistratura. Dove si ha la sfrontatezza di battersi in nome dell’autonomia e della indipendenza della funzione giudiziaria contro la cosiddetta responsabilità civile delle toghe, per quanto reclamata dalla stragrande maggioranza degli elettori in un referendum promosso dai radicali proprio sull’onda del caso Tortora. Il verdetto di Milano contro Berlusconi per concussione lascia trasecolati anche per la confusione volutamente fatta dall’accusa, e sancita dai giudici, tra l’uomo e il presidente del Consiglio al telefono in quella disgraziata notte del 28 maggio 2010. Solo come capo del governo il Cavaliere avrebbe potuto indurre in soggezione o tentazione di cedimento i funzionari della Questura. Ma come presidente del Consiglio egli aveva il diritto di essere indagato e giudicato dal tribunale dei ministri, con tutte le procedure e le garanzie previste dalla Costituzione, cioè con il vaglio parlamentare. Conseguenze politiche di questa sentenza sul governo e sui difficili equilibri politici che lo hanno prodotto dopo un risultato elettorale neutro, e nel pieno di una crisi economica, finanziaria e sociale senza precedenti, per le sue dimensioni e natura, non sono oggi previste. Né sono state per fortuna annunciate o minacciate dal Cavaliere e dal suo partito, che partecipano in modo decisivo ad una maggioranza senza alternative, come avverte il capo dello Stato ogni volta che ne ha l’occasione, per quanto nel Pd siano ripresi i sogni di un governo di «cambiamento», come dice l’ex segretario Pier Luigi Bersani, con l’aiuto dei grillini dissidenti dal loro capocomico. Ma anche senza una crisi di governo in vista, i danni istituzionali della sentenza di Milano sono evidenti. Gli avvoltoi che da troppo tempo volteggiano su Berlusconi hanno naturalmente gradito. Ed hanno pure cantato in piazza. Ma chi ha testa per ragionare e riflettere, anche nel Pd, deve convenire che oggi ancora più di ieri è evidente lo squilibrio tra la giustizia e la politica. La cui agenda è di fatto nelle mani dei tribunali. Ciò avviene purtroppo con il consenso della Corte Costituzionale, che ha appena condiviso e confermato il diritto reclamato ed esercitato da un tribunale, sempre quello di Milano, di valutare nella forma e nel merito, ai fini del cosiddetto legittimo impedimento quando l’imputato è il capo del governo, le convocazioni del Consiglio dei Ministri.
Silvio come il povero Enzo Tortora
ContraddizioniI giudici infliggono una pena più pesante di quella chiesta dal pubblico ministero Ma tutti i soggetti coinvolti nell’inchiesta hanno sempre smentito concussione e abusi sessuali