Politica

La «partita» del Brasile è truccata

di Gennaro Malgieri - Ho smesso di guardare le partite della Confederations Cup. Dopo aver visto scorrere sul video le immagini delle proteste, degli scontri e delle repressioni non me la sono...

Ho smesso di guardare le partite della Confederations Cup. Dopo aver visto scorrere sul video le immagini delle proteste, degli scontri e delle repressioni non me la sono sentita di seguire le "imprese" calcistiche di questa inutile competizione voluta dalla Fifa in Brasile alla vigilia del Mondiale che torna sessantaquattro anni dopo laddove i verde-oro si videro strappare, con un'impresa leggendaria, la Coppa Rimet dall'Uruguay. I brasiliani aspettano di riprendersi ciò che reputano gli venne sottratto in casa loro, dopo aver vinto in tutto il mondo ed aver esportato il football più spettacolare che si sia mai visto. Ma il Brasile nell'attesa non ride, è ripiegato su se stesso. Vive di angosce, paure, incertezze. Scarica le tensioni accumulate nelle spontanee manifestazioni che provocano interventi incivili da parte della polizia, piange due morti, cerca gli arrestati a San Paolo, a Rio, a Recife, a Manaus. La questione delle tariffe dei mezzi pubblici è stato il pretesto per scagliarsi contro le politiche economiche e sociali della pasionaria rossa Dilma Rousseff, erede di Luiz Inàcio Lula da Silva che inaugurò una sorta di sistema capital-socialistico, un'anomalia che sembrava funzionare, ma che la sua pupilla non ha saputo governare al punto di creare l'indecifrabile contraddizione tra un'economia emergente, forte di risorse naturali e di materie prime come il petrolio, ed una devastante povertà cui si accompagnano progetti faraonici quali la Confederations Cup, il Mondiali di Calcio e le Olimpiadi, il tutto in tre anni di seguito. Le recenti flessioni dell'economia brasiliana, che pure non avevano impensierito gli analisti nel loro manifestarsi, hanno inciso sul potere d'acquisto delle famiglie ed ingigantito i mali endemici del Paese dove resistono aree di disagio e di vera e propria miseria di cui le favelas che circondano le grandi città sono le espressioni più evidenti. Nell'anno passato l'economia è cresciuta dello 0,9%: un calo assai preoccupante se si considera che soltanto negli anni Novanta sconfiggeva la iperinflazione e registrava una crescita del 4,5% tra il 2004 ed il 2010; soltanto nel 2011 l'economia brasiliana è diventata la sesta economia mondiale, superando la Gran Bretagna, grazie alla vocazione esportatrice del Paese dai minerali di ferro a prodotti come il caffè, la soia, i derivati del petrolio. Una potenza planetaria dal futuro luminoso. Poi la crisi la scoraggiato investimenti, mentre la Rousseff ha adottato politiche eccessivamente protezionistiche che hanno favorito la contrazione economica su cui si è innestato il conflitto sociale che sta mettendo in ginocchio in Brasile. Sono andati giù tutti gli indici che non molti anni fa ne avevano decretato il "miracolo", dalla competitività globale all'innovazione tecnologica. Tuttavia, gli indicatori economico-finanziari fanno presagire una ripresa, ma non tengono conto di quello che gli osservatori politici sottolineano: gli squilibri possono far cadere le speranze che ragionevolmente si nutrono se non si investe nella qualità della vita dei brasiliani, nella diffusione della ricchezza, se non si abbandonano i progetti faraonici che sottraggono risorse allo Stato sociale ed al risanamento delle periferie, se non si mette un freno alla speculazione finanziaria internazionale che oltretutto per creare infrastrutture che stanno distruggendo buona parte della foresta amazzonica, con grave danno all'ambiente ed alla cultura dell'intera America Latina, oltre all'"aggressione" a popoli "nascosti" che rischiano di sparire. La corruzione politica poi è talmente palpabile da aver indotto masse enormi di cittadini a scendere in strada, ad "occupare" le grandi città, ad opporsi alla decadenza della quale prezzo del biglietto dell'autobus è soltanto il sintomo più evidente, simbolo di un disagio e di una contraddizione che i brasiliani non sono più disposti ad accettare. Certo, la "bolla globale" è largamente responsabile della fine del prodigio economico, insieme con l'inflazione, ma l'incapacità da parte dei governi di Lula e della Rousseff di governare la crisi è altrettanto incontestabile. Adesso che il sorriso si è spento sui volti dei brasiliani e che i campi di calcio rischiano di rimanere deserti, resta il rimpianto di uno spettacolo gioioso come il "futebol bailado" che probabilmente vedremo l'anno prossimo, ma con una stretta al cuore, ricordando altri "miracoli" che hanno acceso i sogni delle platee di tutto il mondo, quelli che facevano Pelé e Garrincha, Zagalo e Vavà, Gilmar e Didi, Falcao e Socrates… Un Brasile povero, eppure capace di trasmettere felicità. Un'altra contraddizione.

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