Allo scoppiare delle prime proteste contro il caro-trasporti a San Paolo, la presidentessa Dilma Roussef, in linea con la sua estrazione culturale di estrema sinistra, aveva reagito in un primo momento con parole da pedagoga da avanguardia. "Sono fiera dei miei cittadini che manifestano - aveva dichiarato - le proteste, se non sono violente, sono un segno di maturità". Le manifestazioni, però, sono state da subito così violente che persino il movimento che teoricamente le aveva scatenate - Passe Livre - ha preso le distanze e si è dissociato. Passe Livre è un movimento nato al Social Forum di Porto Alegre nel 2005. Fu quell'evento a dare la nascita alla rete mondiale della contestazione globale che, nata a Seattle nel 2001 senza connotati ideologici, venne okkupata e irregimentata dalla struttura dormiente dell'antagonismo anarco-comunista e rilanciata con proteste violente contro ogni summit internazionale - vedi G8 di Genova - grazie al supporto "ideale" e finanziario di magnati come l'ex speculatore monetario Georges Soros. Passe Livre, che teorizza il trasporto di massa gratuito, era uno dei tanti movimenti settoriali tenuto a batttesimo dallo stesso presidente Lula. Come in Turchia e in altri luoghi, però, le proteste specifiche, settoriali e pacifiche, sono state l'occasione per la discesa in campo di reti organizzate e vandali disorganizzati che ben presto hanno messo fuori gioco i difensori degli alberi dallo sviluppo edilizio, gli amanti della pace montana contro le ferrovie superveloci e, in Brasile, i fautori del trasporto pubblico gratuito. Tutte queste proteste di massa hanno in comune il fatto che nessuno sa chi le gestisca e soprattutto quali siano le motivazioni di tanta violenza e devastazione. Nessuno lo sa e quindi ognuno ci mette la sua interpretazione. E alla fine sono sempre "i giovani indignati", "i movimenti" e - come pensa la Roussef - i cittadini maturi. Ormai però anche i collaboratori della presidenta, tutti della stessa estrazione operaista e portalegrista, parlano di vandali e di devastatori. In piazza, per aggiungere confusione, alcuni bruciano le bandiere rosse del partito di governo, ma sugli striscioni appaiono slogan sessantottini tipo "La lotta continua" e le solite icone del Che. Il quotidiano più letto del Brasile, Folha de Sao Paulo, riprende un articolo del giornale liberal Usa New York Times che sostiene che "il Brasile ha finalmente ritrovato la sua voce…". Il quotidiano paulista non commenta, com'è nel suo stile, ma si nota tra le righe una certa ironia. Un'editorialista annuncia che si prevede la mobilitazione di un milione di persone in più di trenta città e si parla di "timori per le proteste più tese e violente nella storia del Paese". In un altro commento si legge che a San Paolo a mettere a ferro e fuoco la città sono state appena trentamila persone, su una popolazione nazionale che ne conta 175 milioni. Riflessione sulla democrazia: stare dalla parte della maggioranza che elegge i governi o da quella della minoranza che li contesta violentemente? Un dilemma tutto della sinistra, che non esita a parlare di "primavera" quando le proteste sono contro un governo "democristiano" come quello di Erdogan, ma è molto prudente nella scelta dei termini quando al governo c'è un idolo dei centri sociali come la Roussef. Anche se in Brasile interviene la polizia militare con spray al peperoncino oltre alle letali pallottole di gomma e l'esercito annuncia la mobilitazione per presidiare gli obiettivi sensibili, tra cui la residenza della stessa Roussef. Intanto, siamo giunti al paradosso che la protesta brasilera è diventato un movimento anti-calcio, tanto da costringere persino Pelè a fare appelli a interrompere le manifestazioni. Insomma, il motto della repubblica Brasiliana, decima potenza economica globale, era Ordine e Progresso. Sull'ordine l'ex guerrigliera Dilma ci ha messo una pietra sopra, ma i manifestanti chiedono anche di rinunciare a qualunque investimento nelle grandi opere per il Mondiale e agli inestimenti per lo sviluppo industriale. Quindi, anche sul progresso le prospettive sono nere.
Il metodo Roussef non funziona
di Marcello De Angelis - Allo scoppiare delle prime proteste contro il caro-trasporti a San Paolo, la presidentessa Dilma Roussef, in linea con la sua estrazione culturale di estrema sinistra, aveva...
