Per comprensibili ragioni, diciamo così, di galateo istituzionale il presidente della Repubblica deve fare buon visto a cattivo gioco. Anche alla sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha dato torto a Silvio Berlusconi nel conflitto di competenza sollevato contro i giudici di Milano. Che nell’udienza di primo grado del 1° marzo 2010 per la presunta frode fiscale sui diritti televisivi di Mediaset gli negarono il "legittimo impedimento" invocato per una seduta del Consiglio dei Ministri. Da lui convocata apposta - hanno praticamente sostenuto anche i giudici della Consulta, come quelli ambrosiani - per cercare di ritardare il processo. Giorgio Napolitano avrebbe due buoni motivi per non condividere il pronunciamento della Corte. Il primo riguarda l’obbligo che il capo dello Stato ha di difendere le prerogative di un presidente del Consiglio regolarmente in carica, da lui nominato con le procedure costituzionali e provvisto della fiducia del Parlamento. Com’era Berlusconi in quel maledetto giorno del 2010. E come l’avvocato Franco Coppi tornerà a ricordare, riproponendo la questione sotto nuovi profili, davanti alla Cassazione. Dove nel frattempo è arrivato il processo dopo le condanne di primo e secondo grado. L’altro motivo d’insoddisfazione del presidente della Repubblica sta nell’appello da lui inutilmente lanciato solo pochi giorni fa ad "ogni singolo magistrato" ad essere "pienamente consapevole della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un suo atto può produrre, anche al di là delle parti processuali". Il governo sarà pure "stabile e concentrato", come ha detto ieri Enrico Letta, ma permane un rischio di forte destabilizzazione politica per effetto anche del verdetto della Corte Costituzionale. Che già un’altra volta, del resto, disattese clamorosamente il Colle bocciando il famoso "lodo Alfano", tempestivamente promulgato con tanto di motivazioni pubbliche dal capo dello Stato, nonostante le rumorose e minacciose proteste delle opposizioni di allora, per garantire non l’impunibilità, come gridava il solito Antonio Di Pietro, ma la moratoria dei processi riguardanti le massime autorità dello Stato. Solo nel suo conflitto con la Procura di Palermo, da intercettato, il presidente della Repubblica è riuscito a farsi valere. Per fortuna.
A dispetto del Colle
di Francesco DamatoPer comprensibili ragioni, diciamo così, di galateo istituzionale il presidente della Repubblica deve fare buon visto a cattivo gioco. Anche alla sentenza con la quale la Corte...