La domanda è quasi obbligatoria visto che la notizia più attesa della giornata arriva quando il Consiglio dei ministri è ancora in corso. Ma il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi, durante la conferenza stampa, chiude la discussione con un secco «non se ne è parlato». Risposta scontata. Anche se è fin troppo chiaro che la decisione della Consulta di respingere il conflitto di attribuzione sollevato da Silvio Berlusconi non è rimasta fuori da Palazzo Chigi. A quanto si apprende è stato il vicepremier Angelino Alfano, all’inizio della riunione del Cdm, a smentire l’ipotesi, lanciata da Maurizio Gasparri (ma poco gradita ad una parte del Pdl), di dimissioni di massa di deputati e senatori pidiellini qualora il Cavaliere dovesse essere «estromesso» dalla vita politica del Paese. Poi, quando è arrivata la sentenza, la linea è stata concordata. Così, mentre il premier Enrico Letta evitava i giornalisti (stamattina ha convocato alle 11 un incontro presso l’Associazione della stampa estera), i ministri del Pdl (oltre ad Alfano, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin) diramavano una nota congiunta: «È una decisione incredibile. Siamo allibiti, amareggiati e profondamente preoccupati. La decisione stravolge ongi principio di leale collaborazione e sancisce subalternità della politica all’ordine giudiziario. Ci rechiamo immediatamente dal presidente Silvio Berlusconi». Un gesto più mediatico che politico. Giusto per mostrare la compattezza del Pdl. Ma che non cambia la sostanza: al momento l’esecutivo è al riparo da scossoni. Dopotutto lo aveva già anticipato in mattinata, in un’intervista al Foglio , Daniela Santanché, che normalmente viene indicata come la leader dei «falchi» del partito: «Guai a chi mette in relazione quello che succede nelle aule di giustizia con le sorti di questo governo». Certo, la notizia non è stata accolta con gioia. Per Sandro Bondi «la decisione della Consulta formalizza ormai il principio della prevalenza delle decisioni della magistratura rispetto a quelle del potere politico». Per Renato Brunetta si tratta di «una decisione assurda e persecutoria». «Tutto come da copione» sentenzia Mariastella Gelmini. Mentre Renato Schifani si dice stupito e preoccupato nello scoprire «divivere in un Paese in cui presiedere il Consiglio dei ministri non costituisce causa di legittimo impedimento. C’è da interrogarsi molto su questo strano principio». «Ancora una volta comunque - prosegue - il presidente Berlusconi conferma il suo profilo di autentico statista, garantendo che il pronunciamento di oggi non avrà alcun riflesso sulla stabilità di governo». Una cosa è certa. Il Cavaliere ha garantito fedeltà all’esecutivo ma non resterà inerme ad attendere che la «persecuzione giudiziaria» raggiunga il proprio obiettivo. Non si metterà da parte senza lottare. I ministri e il partito sono al suo fianco. E non è da escludere che, ad un suo segnale, possano decidere di «scatenare l’inferno».
I ministri: «Allibiti e preoccupati»
Nota congiunta Gli esponenti Pdl dell’esecutivo commentano la sentenza poi corrono a Palazzo Grazioli. Rabbia nel partito, ma tutti salvano Letta
