Ultime notizie dal fronte. Per la Corte dei Conti la pressione fiscale al netto dell’evasione ha raggiunto il 53 per cento. Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione europea, assegna all'Italia il maggior calo di ricchezza procapite: 10 punti sotto la media dell'eurozona, a quota 98 contro 108. Dove si trova la Francia, mentre la Gran Bretagna è 12 punti sopra a noi e la Germania a più 123. Nel 2011 eravamo nella media, quindi questo dieci per cento di ricchezza è andato perso in questo anno e mezzo di rigore merkeliano. Poiché per le statistiche vale il pollo di Trilussa, vediamo le cifre assolute: il calo di reddito è di 238 miliardi, 9.700 euro per nucleo familiare. Combinando questa cifra con il balzo della pressione fiscale, altri 1.600 euro, ogni famiglia si è impoverita di 11.300 euro. È ovvio che senza uno shock non c'è spazio per la ripresa del Pil né dei consumi, in calo del 6 per cento. Ed è il tempo delle autocritiche, alcune sconcertanti. Piero Giarda, ex ministro dei Rapporti con il Parlamento del governo Monti (e già sottosegretario con Lamberto Dini, Romano Prodi, Massimo D'Alema e Giuliano Amato) ammette: "Abbiamo sbagliato aumentando troppo le tasse e diminuendo troppo poco la spesa pubblica". Anziché "troppo poco" avrebbe dovuto dire "nulla": e chi era incaricato dei tagli, la mitica spendig review? Proprio Giarda. Che passò la palla al commissario Enrico Bondi. Che chiamò come superconsulente Francesco Giavazzi. Il risultato è un debito dello Stato che punta il 136 per cento del Pil (nel 2011 era al 120), con un aumento di 100 miliardi. L'errore compiuto sull'Italia (e, fatte tutte le differenze, sulla Grecia) è stato ampiamente riconosciuto a livello internazionale ed è oggetto di quotidiani dibattiti. Dal Fondo monetario ad economisti come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, dalla Casa Bianca fino a Mario Draghi - per ciò che può dire il presidente della Bce, a sua volta sotto tiro della Corte costituzionale tedesca - è tutto un criticare l'austerity imposta dalla Germania. Ma più delle parole contano gli esempi sul campo. Per esempio l'ultimo aumento Iva di un punto, scattato a settembre 2011 con il governo Berlusconi in uscita e confermato da Monti per un ulteriore punto (quello rinviato al primo luglio prossimo): avrebbe dovuto fornire un maggiore gettito di 4,4 miliardi, ma il crollo dei consumi ha provocato minori introiti Iva per 3,5 miliardi. L'errore di bilancio è stato quindi di quasi otto miliardi. Quattro miliardi è ciò che il fisco si aspetta dal prossimo aumento: con simili precedenti sarebbe logico almeno attendere un'inversione di tendenza dell'economia. O meglio, mettere in bilancio una voce certa, cioè un taglio di spesa, anziché un altro rincaro boomerang. Come si può dare torto al Cavaliere quando afferma che su una spesa pubblica di 800 miliardi è impensabile non riuscire a risparmiare l'uno per cento, quanto basterebbe ad evitare sia l'aumento Iva sia a cancellare strutturalmente la maxi-Imu escogitata dai professori? Anche questa tassa è del resto già la storia di un fallimento: il ritorno dell'imposta sulla prima abitazione e l'aumento delle aliquote su prime, seconde case, terreni agricoli e beni industriali, incrociato con l'incremento dell'imponibile del 60 per cento, ha fatto crollare il mercato dell'edilizia. Fra un po' qualcuno farà due conti anche su questo, e magari avremo un'altra autocritica. Poiché si fanno molti paragoni con il 1929, è il caso di ricordare quelle che secondo molti economisti, a cominciare da John Kennet Galbraith, padre del New Deal, furono tra le cause principali della grande crisi: la politica di aumento dei tassi del dollaro attuata nel 1928 dalla Federal Reserve per difendere la parità con l'oro, ed il pareggio di bilancio voluto dalle amministrazioni repubblicane degli anni Venti. Da allora la Fed ha fatto costantemente tesoro di quell'errore, fornendo dollari all'economia reale, mentre il deficit non è più un vincolo del bilancio americano. In Europa tutt'altra storia. Nel luglio 2008, con il crac della Lehman Brothers alle porte, la Bce attuò il diciassettesimo aumento consecutivo dei tassi definendo "solide le prospettive dell'economia europea, che doveva invece temere un balzo dell'inflazione". Tre anni dopo, e con la crisi mondiale al suo punto più acuto, la Germania imponeva il dogma del pareggio di bilancio. Come gli Usa del '29.
Errori tecnici da riparare
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