Si è aperta a destra un'amichevole ma intrigante diatriba sulla possibilità di Giorgio Napolitano di contrastare e impedire il "governo di cambiamento" che l'ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani è tornato a coltivare, o sognare, di fronte alla prospettiva di una sostanziosa scissione dei grillini. Dai quali egli si aspettò inutilmente un aiuto dopo le elezioni di fine febbraio, quando reclamò e ottenne dal capo dello Stato l'incarico -ma non più di quello- di tentare l'approdo a Palazzo Chigi. Vittorio Feltri si è detto convinto sul Giornale, pur forte solo dei suoi "ragionamenti" basati su "elementi storici", cioè sulle cose dette e fatte dal presidente della Repubblica nei mesi scorsi, che il Colle disponga dell'"arma segreta" per difendere l'attuale governo dai progetti, o dalle manovre, di Bersani e compagnia di sinistra. Quest'arma sarebbe, in caso di crisi della maggioranza delle "larghe intese" da lui tanto voluta, l'annuncio delle dimissioni da capo dello Stato. Che, obbligando il Parlamento a riaprire subito il problema della successione al Quirinale, scombussolerebbero tutti i giochi, anche a costo di fare "precipitare il Paese nel caos". Maurizio Belpietro su Libero si è detto invece convinto che quella immaginata da Feltri nelle mani di Napolitano sia purtroppo una "pistola arrugginita", capace tuttavia di sparare un solo, fatalissimo colpo. Non contro Bersani, ma contro Silvio Berlusconi. Che verrebbe cacciato all'opposizione, senza neppure l'interdizione di una sentenza definitiva di condanna o di un verdetto d'ineleggibilità al Senato, perché Bersani e compagni avrebbero la maggioranza non solo per fare un altro governo ma, prima ancora, per mandare al Quirinale un successore di Napolitano adatto ai loro piani: per esempio, Romano Prodi, per quanto bocciato in aprile a scrutinio obbligatoriamente segreto, ma soprattutto Stefano Rodotà. La cui candidatura sarebbe la classica ciliegina sulla torta del marasma esistente fra i grillini, perché il comico genovese, già contestato fra i suoi parlamentari per gli insulti riservati di recente anche a Rodotà, permessosi di averlo criticato dopo la batosta nelle elezioni amministrative di maggio, incorrerebbe in guai ancora peggiori se gli sbarrasse la strada del Quirinale eventualmente riaperta da una crisi istituzionale, e non solo di governo. Fra i "ragionamenti" di Feltri e quelli di Belpietro, i primi mi sembrano francamente più convincenti perché più realistici. Apparsi tali ieri sul Foglio anche ad un ex dirigente comunista come Emanuele Macaluso, da tempo arruolato d'ufficio fra i "corazzieri" dai critici ed avversari di Napolitano per i suoi rapporti con lui. E conoscitore, per esperienza e istinto, di tutto quel mondo nominalmente di sinistra che in realtà è più conservatore, anzi reazionario, di certa destra. Belpietro da una parte sottovaluta Napolitano, la forza che gli viene dal prestigio guadagnatosi nel Paese con il suo primo mandato al Quirinale e la conoscenza che pure lui ha, come il suo amico e quasi coetaneo Macaluso, di quella sinistra arcaica che non vede l'ora di liberarsi del governo di Enrico Letta solo per il peso che vi ha il partito di Berlusconi. Dall'altra, Belpietro sopravvaluta i numeri della partita che Bersani sogna di poter riaprire al Senato, dove l'ex segretario del Pd e il suo alleato elettorale Nichi Vendola si trovarono senza maggioranza dopo il voto di fine febbraio. Oltre che confusi, anzi privi di idee, non meno degli altri del loro movimento, su ciò che dovrebbe fare un governo alle prese con la crisi economica, finanziaria e sociale in corso, i grillini dissidenti non bastano a ribaltare i rapporti di forza a Palazzo Madama. Peraltro, un loro eventuale apporto ad una nuova maggioranza spaccherebbe, a dir poco, il gruppo esangue ma pur sempre decisivo dei neo-centristi di Mario Monti. Infine, sarei proprio curioso di verificare la compattezza dei parlamentari del Pd nelle votazioni per l'elezione di un successore di Napolitano proposto per assecondare sogni e piani di Bersani e compagni. Via, cerchiamo di essere seri. Qui l'unica pistola veramente arrugginita, e pure scarica, mi sembra che sia quella dell'uomo di Bettola. Che dopo avere perduto, in ordine cronologico, le elezioni, la corsa a Palazzo Chigi e la guida del suo partito, ha evidentemente deciso di perdere anche il congresso, viste l'ostinazione e l'imprudenza con le quali cerca di tesserne la tela all'ombra del successore temporaneo Guglielmo Epifani. Che ne sarà forse la prima, incolpevole vittima.
Ribaltone a prova di Colle
di Francesco Damato - Si è aperta a destra un'amichevole ma intrigante diatriba sulla possibilità di Giorgio Napolitano di contrastare e impedire il "governo di cambiamento" che l'ex segretario del...